Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/172

164


questo chi più mi piaccia. Mi piacciono tutti due. Questo ha più dell’uomo. (guarda)

Eleonora. Brava, signora sorella, la vostra non si chiama curiosità.

Rosaura. No, sorella carissima, la mia non si chiama curiosità.

Eleonora. Ma che cosa v’ha spinto a guardar laddentro?

Rosaura. La carità del prossimo.

Eleonora. Come la carità?

Rosaura. Sentendo un uomo a piangere e sospirare, non ho potuto far di meno di non indagare il suo male per procurargli il rimedio.

Eleonora. Vi credete voi in istato di poterlo aiutare?

Rosaura. Volesse il cielo che far lo potessi. Quando posso giovare al prossimo, son tutta contenta.

Eleonora. In questa maniera giovareste a lui e giovareste a voi.

Rosaura. A me? come?

Eleonora. Maritandovi assieme.

Rosaura. Via, via, sfacciatella, non parlate di queste cose. (vien battuto alla porta di strada)

Eleonora. È stato picchiato all’uscio di strada.

Rosaura. Guardate chi è.

Eleonora. Potete guardare anche voi.

Rosaura. Io non mi affaccio alle finestre. La modestia non me lo permette.

Eleonora. Senza tanti riguardi guarderò io.

Rosaura. Povero giovine! Star così rinserrato? Patirà.

Eleonora. Sapete chi è?

Rosaura. Chi è mai?

Eleonora. Il signor Florindo.

Rosaura. Gli avete aperto?

Eleonora. Mi credereste ben pazza. Io non apro a nessuno, quando non vi è nostro padre.

Rosaura. L’avete mandato via?

Eleonora. Per dirvela, non gli ho detto cosa alcuna.

Rosaura. Domanderà nostro padre. Facciamolo entrare.

Eleonora. Nostro padre non c’è.

Rosaura. Lo aspetterà.