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Ottavio. (Ehi, va a prendere il sacchetto). (piano a Florindo)

Florindo. (Tremo tutto). (ad Ottavio)

Ottavio. (Franchezza, faccia tosta). (a Florindo)

Pantalone. Senteve, caro sior Tiburzio.

Tiburzio. Obbligatissimo. (siede)

Pantalone. Se volè favorir, sè patron.

Tiburzio. Grazie, ho pranzato che sarà mezz’ora.

Pantalone. Deghe da bever.

Tiburzio. No davvero, fra pasto non bevo mai.

Pantalone. No so cossa dir, mi ve l’offerisse de cuor.

Ottavio. Se non vuol bever V. S., beverò io. Ehi, da bevere. (gli portano da bevere, ed egli subito beve)

Pantalone. Gnanca un prindese, sior Ottavio?

Ottavio. I brindesi non si usano più.

Pantalone. Ve dirò, i prindesi de suggizion dà incomodo; i prindesi de chiasso fa mal a la testa, ma i prindesi de civiltà e de bona amicizia i sta ben, e no i s’ha da bandir da le tole dei galantomini.

SCENA XVIII1.

Lelio e detti.

Ottavio. (Eccolo, eccolo). (a Florindo)

Florindo. (Me n’anderei volentieri). (ad Ottavio)

Ottavio. (Niente paura). (a Florindo)

Lelio. Ecco il sacchetto. (lo dà a Pantalone)

Pantalone. El me par molto lizier.

Lelio. Se ho da dire il vero, pare anche a me.

Pantalone. Cosse sto negozio? (apre e trova la cenere e il piombo ecc.) Cenere! Ferro! Piombo! Xeli questi i tresento scudi che m’ave portà? (a Lelio)

Lelio. Ma io ho portato trecento scudi fra oro e argento, e questo è il sacchetto in cui erano. Non so che dire; rimango stordito.

  1. Corrisponde alla sc. XVII delle edd. Pasquali, Zatta ecc.