Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1908, III.djvu/151


143

Pantalone. Via mo, cossa xe sta?

Ottavio. Siccome a sentir questa conclusione vi era una gran folla di gente, nell’uscir dalla porta gli è stata rubata la spada d’argento.

Pantalone. Bella da galantomo! E vu ghe badè cussì pulito?

Ottavio. Ah signor, è stato un caso terribile; non me lo sarei mai creduto. Anche a me, pover’uomo, han rubato l’orologio.

Pantalone. Gh’ho a caro. Cussì imparerè a menar i fioi in te la folla.

Ottavio. Avete ragione, mortificatemi, non so che dire. La spada a Florindo la ricomprerete, ma a me l’orologio chi me lo pagherà? Se il signor Pantalone avesse carità di me....

Pantalone. Diseme, caro vu, Florindo l’aveu mena in altri lioghi?

Ottavio. No certamente.

Pantalone. Xelo sempre sta con vu?

Ottavio. Sempre.

Pantalone. No sè passai da la casa del dottor Balanzoni?

Ottavio. Non so nè meno dove stia.

Pantalone. E pur me xe sta dito, che stamattina Florindo sia stà in quella casa.

Ottavio. Uh! male lingue. Non si è mai partito dal mio fianco.

Pantalone. Vardè ben, no me disè busie.

Ottavio. Io dirvi bugie? Cielo, cielo, cosa mi tocca sentire.

Pantalone. El me xe sta dito, ma pol esser che nol sia vero. No crederave.

Ottavio. Oh signore, fidatevi della mia educazione, della mia vigilanza.

Pantalone. Me fido, ma no son contento. Lelio xe grando, poi esser che lo marida, e Florindo lo vôi mandar in collegio.

Ottavio. Signore, il collegio è bello e buono, ma l’educazione in casa è sempre migliore dei collegi; è vero che imparano qualche cosa che risguarda le scienze, ma niente imparano del civile costume. I collegiali s’avanzano fra di loro a trattarsi troppo familiarmente, e quando escono del loro ritiro, se vanno in un