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IL FRAPPATORE 69

Florindo. Sono cose da crepar di ridere.

Rosaura. Eh via, mettetevi la vostra parrucca.

Tonino. Mo se xe caldo.

Rosaura. Se vien gente, che volete che si dica di voi?

Tonino. La gh’ha rason. Me metterò la perucca. (si rimette la parrucca in capo, e tira fuori lo specchietto, e se l’accomoda con caricatura)

Rosaura. Ora siete un giovane pulito.

Tonino. Ah? cossa disela? ghe piasio? (a Rosaura) (Caro sior, andè via de qua). (a Florindo)

Servitore. Signor Tonino, il padrone la dimanda.

Tonino. Vegno subito. (si alza, e parte senza dir niente a nessuno)

Florindo. Che vi pare di questo bel garbo? (a Rosaura)

Rosaura. Certamente ha delle cose stravagantissime.

Florindo. E voi vi adattereste a pigliarlo?

Rosaura. Signor Florindo, il signor Tonino ha d’entrata all’anno quattromila scudi. (parte)

Florindo. Per questa parte la compatisco; io non ne ho quattrocento. (parte)

SCENA VI.
Altra camera di Fabrizio.
Fabrizio e Tonino, poi il Servitore.

Fabrizio. Orsù, signor Tonino, io ho ridotto le cose vostre in ottimo grado. Il signor Ottavio si è persuaso di ritirarsi dal vostro fianco e di lasciarvi in pienissima libertà. Voleva andarsene immediatamente, ma io l’ho impedito, perchè prima desidero che facciate con lui i vostri conti.

Tonino. Mi no so miga far conti. No so dir altro che un fia un, fa un; do fia do, fa quattro, e pò basta; al tre no ghe arrivo.

Fabrizio. Pel conteggio vi assisterò io, basta che vediate se le partite camminano bene. Vi darà una nota, la leggerete...

Tonino. Pian, pian. Bisogna che ve confessa una cossa.

Fabrizio. Che cosa?

Tonino. So poco lezer.