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576 ATTO SECONDO

Brighella. Lustrissimo. (di dentro)

Ottavio. Porta una bottiglia di vin di Cipro con quattro biscottini.

Catte. Eh, no vol buzzolai, no; porteme un paneto.

Ottavio. Oh che cara signora Catte! Mi dispiace aver gettato via il mio tempo con Bettina.

Catte. Ma! mi no giera degna. (con vezzo)

Ottavio. Ditemi, vostro marito è geloso?

Catte. Oh! Nol xe zeloso, perch’el sa che dona che son. Nissun se poi vantar d’averme tocà un deo d’una man.

Ottavio. E sì avete una bella manina.

Catte. Xe che me dezzipoa a lavar i piati, dareste gh’aveva una man, che tuti la vardava per maravegia.

Ottavio. Da vero che mi piacete.

Catte. La diga, lustrissimo, me paghela sto zendà?

Ottavio. Sì, volentieri. Bastano dieci ducati d’argento?

Catte. Per un de quei ordenari poi esser che i basta. (El xe foresto, nol sa gnente). (da sè)

Ottavio. Se non bastano dieci, ve ne darò dodici, venti, tutto quel che volete, la mia cara Cattina.

SCENA XIV.
Brighella con una bottiglia ed un bicchiere da licori
sopra un tondo e un pane, e detti
.

Brighella. L’è servida, patrona. La so gran bottiglia e el so gran paneto. (con sprezzatura a Catte, ponendo sul tavolino ogni cosa)

Catte. Grazie, vechio, grazie. (Gran invidiosi che xe sti servitori). (da sè)

Ottavio. Va via, non occorr’altro. (a Brighella)

Brighella. (Nol pol aver Pasquin, el se taca a Martorio). (si ritira)

Ottavio. Sentite quel vin di Cipro, che è prezioso.

Catte. Me faralo ben al stomego? (empie il bicchiere1)

  1. Mi guasto.
  1. Bett.: il gotto.