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A SUA ECCELLENZA

IL SIGNOR

NICCOLA BEREGAN

PATRIZIO VENETO.


MI sia permesso, Eccellentissimo Signore, di presentarmi per chiederci quel favore che benignamente mi fu conceduto dagli altri miei Padroni. Soffrite ch’io dia fregio col vostro nome ad una delle povere mie Commedie. Questa permissione io vi supplico d’accordarmi, ond’io possa significare a voi ed agli altri quell’interno senso d’ossequiosa riconoscenza ch’io vi processo, e che mi ricorda sempre quelle tante gentilezze, che con proprio onore riportai dalla vostra bontà, e per cui questa ancora all’altre vorrete aggiungere graziosamente.

Io protesto di conoscere quanto siate per iscostarvi dal vostro rigoroso genio di pensare, se chiedendovi umilmente di poter farlo, vorrete usar meco la distinzione di compiacermi, ma non temete, Eccellentissimo Signore, ch’io sia per abusarmene e farvi con ciò dispiacere. So quanto ad un certo genere di officiosità, sebben sincere e dovute, si opponga la vostra modestia; so quanto seriamente vi siete spiegato alle occasioni di non voler significazioni espresse di lode, e quanto nell’ordine delle qualità umane amiate più di possederle che di farle apparire. Prometto però, Eccellentissimo Signore, d’obbedirvi, non seguirò il comun uso, non uscirò dal dover mio; se fornito siete di rari talenti, se i vostri studi, se la poesia, la storia, l’erudizione, se i più vasti e più gravi argomenti sopra de’ quali e così facilmente e tanto ordinatamente avete impreso di scrivere, non sono che un vostro sollievo, una disposizione dell’ore d’ozio e di riposo, che vi si permettono dalle pubbliche vostre incombenze, se all’uso della civile prudenza e della privata consuetudine unite felicemente i più veri caratteri del