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478 ATTO TERZO


per cento; e riscuotendo il pegno il primo mese, si paga in ragion d’anno il cento cinquanta per cento. Signora Marchesa, ella fa de’ buoni negozi.

Beatrice. Il bisogno me lo fa fare.

Ottavio. E tutto per il giuoco.

Beatrice. Quando la cosa è fatta, è fatta. La riputazione vuole che io paghi.

Ottavio. Ma è una bestialità il pagar tanto di usura.

Scanna. Maledetto quel nome di usura!

Beatrice. Ma cosa si può fare?

Ottavio. Direi... piuttosto venderle quelle gioje.

Beatrice. E poi?

Ottavio. E poi ne compreremo dell’altre.

Beatrice. Ho paura di non vederle mai più.

Ottavio. Sapete che ho messo in vendita il mio palazzo. Vi comprerò gioje molto più belle di queste.

Beatrice. Ma a venderle vi vuol tempo.

Scanna. Se la vol, mi le comprerò, e ghe darò i so bezzi subito. Quanto domandela?

Ottavio. Bisogna farle stimare.

Beatrice. Io non ho tempo da perdere.

Scanna. Se la vol, ghe darò intanto i trenta zecchini.

Beatrice. Datemene quaranta.

Scanna. Che ghe li daga? (ad Ottavio)

Ottavio. Sì, contentatela.

Scanna. La toga; dodese la ghe n’ha avudo, e questi altri vintiotto fa quaranta.

Ottavio. Andiamo a far stimar le gioje.

Beatrice. E il resto chi l’avrà?

Ottavio. Poco resto vi può essere, è vero, signore Scanna?

Scanna. Oh, poco seguro. Fazzo riverenza a Vussustrissima. (Che bon matrimonio!) (parte)

Ottavio. (Son arrivato in tempo. Il resto non è tanto poco; servirà per i miei bisogni, e per procurar di rasciugar le lagrime di Bettina). (fra sè, parte)