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476 ATTO TERZO

Beatrice. Ho il mio fornimento. Non lo vedete?

Scanna. Ben. Su quello troveremo i vinti zecchini.

Beatrice. Ed ho da privarmene?

Scanna. Se la vol i bezzi.

Beatrice. (Oh maledetto gioco). (da sè)

Scanna. Cossa dixela?

Beatrice. (Se non pago il debito, non potrò più giocare, non potrò più andar alla conversazione). (da sè)

Scanna. (Eh, la vien zo senz’altro). (da sè)

Beatrice. Via, tenete, vi darò gli orecchini. (Già si usano anco di perle false). (da sè)

Scanna. Oh! I recchini no basta. Cossa porli valer? Vinti ducati?

Beatrice. Il diavolo che vi porti! Vagliono cento scudi.

Scanna. Ma i diamanti un zorno i val, un zorno no i val.

Beatrice. E così, che facciamo?

Scanna. La me daga anca el zoggielo.

Beatrice. Vi darò per venti zecchini il valore di cento doppie?

Scanna. Ben, se la vol de più, ghe darò anca de più.

Beatrice. Io non ho bisogno d’altro che di venti zecchini.

Scanna. Questi la li ha da pagar, e no la vol gnente per tentar de refarse?

Beatrice. Via, ne prenderò trenta, ma quanto vi darò di usura?

Scanna. Usura! La me perdona, mi no togo usura.

Beatrice. Dunque...

Scanna. La farà el solito, quello che fa i altri. Sedese soldi per ducato el primo mese, e do soldi per ducato i altri mesi per un anno, con patto che se no la le scode drente de l’anno, le zoggie sia perse.

Beatrice. E se io le riscotessi in tre o quattro giorni?

Scanna. Tant’e tanto bisogna pagar i sedese soldi per ducato del primo mese.

Beatrice. E non è usura?

Scanna. El xe negozio.

Beatrice. Vi vuol pazienza. (Maledetto gioco!) (da sè)

Scanna. Se la vol i so bezzi, ghe li dago subito.