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468 ATTO SECONDO

SCENA XX.
Il marchese Ottavio, poi la marchesa1 Beatrice e Tita barcaruolo.

Ottavio. Quando sarà nelle mie mani, si acquieterà.

Beatrice. Tant’è, io non posso soffrire il moto dell’acqua. Mi sento venir male, e mi conviene andar più tosto a piedi.

Tita. Adesso, Lustrissima, la lassa che liga la barca de là del rio, per no intrigar la riva. Desmonto a la fondamenta, passo el ponte, e son subito da ela.

Beatrice. Fate presto, non voglio restar sola. (Tita parte)

Ottavio. (Ecco quella cara gioja della mia signora consorte). (da sè)

Beatrice. (Ecco quel capo d’opera di mio marito). (da sè)

Ottavio. Bella figura, signora Marchesa, per Venezia a piedi!

Beatrice. Lo sapete, l’acqua mi fa male. Non poteva più se non scendeva, assolutamente crepava.

Ottavio. (Oh almeno fosse stata in alto mare, non averebbe potuto scendere!) (da sè)

Tita. Son qua, Lustrissima, son a servirla. (torna)

Beatrice. Signor consorte, mi favorirà d’accompagnarmi?

Ottavio. Signora no, davvero.

Beatrice. Ella è molto disobbligante.

Ottavio. Quanto ella è graziosa!

Beatrice. Dunque dovrò andare a casa sola, a piedi, col barcaruolo?

Ottavio. Dov’è il signor Conte? Dove sono i di lei serventi?

Beatrice. Sì, so perchè ricusate di venir meco. Perchè avete delle male pratiche.

Ottavio. Io? Pensate! Ho molto che fare ad attendere alla economia della casa.

Beatrice. Sì sì, alla economia. So tutto, signor Marchese.

Ottavio. Di me?

Beatrice. Di voi.

Ottavio. Male lingue, signora, male lingue.

  1. Le edd. del Settecento portano stampato, quasi sempre, la Marchese.