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448 ATTO SECONDO

SCENA VII.
Il marchese Ottavio, poi Lelio.

Ottavio. Mi basta che sia spiritoso in questo, poi mi saprò prevalere della sua dabbenaggine. Ma gran temerario di quel vecchio! Deridermi? Minacciarmi? Ed io soffrirò una simile ingiuria? Non sarà mai vero, mi voglio vendicare. Voglio fargli vedere chi è il Marchese di Ripaverde. Dirmi che sa maneggiare la spada? Come non vi fosse differenza fra lui e me? Come se un mercante potesse sfidare alla spada un cavaliere? Gli farò romper le braccia, e poi metta mano alla spada.

Lelio. Oh che vino! Oh che vino! Dicevano che a Venezia non v’è vino buono; ed io dico che il vino vicentino è migliore del vino di Chianti, che si beve a Livorno.

Ottavio. Costui mi pare una certa figura... Galantuomo, vi saluto.

Lelio. Servo di Vostra Eccellenza. (Questo sarà qualche gran signore). (da sè)

Ottavio. Siete forestiere?

Lelio. Livornese, ai suoi comandi. (Non mi voglio dar a conoscere). (da sè)

Ottavio. Se è lecito, che mestiere è il vostro?

Lelio. Il vagabondo, per servirla.

Ottavio. Bel mestiere!

Lelio. Bellissimo. M’è sempre piaciuto.

Ottavio. Ma come lo esercitate?

Lelio. Come posso.

Ottavio. Giocate?

Lelio. Qualche volta.

Ottavio. (Costui all’aria dovrebbe essere qualche sicario), (da sè)

Lelio. (Mi dispiace che non ho più danari, e se vado da mio padre, ho finito il buon tempo). (da sè)

Ottavio. Perdonatemi la confidenza con cui vi parlo: come vanno presentemente le vostre faccende?

Lelio. Male assai.

Ottavio. Avete bisogno di denari?