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LA VEDOVA SCALTRA 341


Rosaura? Mi consola o mi uccide? Leggiamo, qualunque sia, la sentenza dell’idol mio. (legge piano) Oh me felice! Oh cara Rosaura! Oh caratteri, che mi rendete la pace al cuore! E fia vero che io sia degno dell’amor tuo, unico mio tesoro? Posso dunque sperar pietà? M’incoraggisci ad amarti, a serbarti fede? Sì, lo farò, mia cara. Sì, lo farò, non temere. Milord, no, non ti temo; ben dicesti ch’io era pazzo a crederti amato, a temerti rivale. Io sono al possesso del di lei cuore. Rosaura sarà mia; lo bramo, lo spero, e questo foglio quasi quasi me ne assicura. (parte)

SCENA XX.
Don Alvaro passeggiando, poi Arlecchino vestito alla spagnuola.

Alvaro. O Rosaura sa poco le convenienze, o Arlecchino è un pessimo servitore. Farmi aspettare sì lungamente, è una cosa troppo indiscreta; non la soffrirei per un milione di doppie. Se viene colui, gli voglio dare cento bastonate. Così non si tratta co’ cavalieri miei pari... Ma... forse... l’esame de’ miei antenati la terrà occupata. Sono ventiquattro generazioni. Principia da un re. Tanti principi vi sono, tutti osservabili. E compatibile questa tardanza.

Arlecchino. Cavaliere. (non veduto da Don Alvaro, che passeggia)

Alvaro. Che rechi?

Arlecchino. Viva il Re nostro signore. (si cava il cappello ed anco Don Alvaro) Donna Rosaura vi vuol gran bene.

Alvaro. Lo so. Che ha detto del mio grand’albero?

Arlecchino. L’ha baciato e ribaciato più volte. Inarcava le ciglia, stringeva i denti per meraviglia.

Alvaro. Le hai fatto puntualmente il complimento?

Arlecchino. A tutta perfezione.

Alvaro. Che ha risposto?

Arlecchino. Ecco i venerandi caratteri di donna Rosaura. (si cava il cappello e gli dà un foglio)

Alvaro. Mio cuore, preparati alle dolcezze. (legge) Accetto con