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IL FRAPPATORE 29

Tonino. Via, no andè in collera. Farò tutto quel che volè. Almanco per carità feme cavar sti stivali1, che me par de aver le gambe incastrae in t’una montagna.

Ottavio. Or ora andremo nelle camere che ci avranno preparate. Aspettiamo Brighella, il padrone della locanda.

Tonino. No ghe xe donne in sta locanda?

Ottavio. Che cosa vorreste far delle donne?

Tonino. Che le me vegnisse a cavar i stivali.

Ottavio. Queste sono cose che si fanno dagli uomini e non dalle donne.

Tonino. Ma mi, caro sior Ottavio, compatime, gh’ho più gusto a farme servir da le donne, che no xe dai omeni.

Ottavio. Lo so che in questa parte siete male inclinato, ma ve lo leverò questo vizio. Imparate da me: le donne le lascio stare.

Tonino. No songio vegnù a Roma a posta per maridarme?

Ottavio. I vostri congiunti non vi fanno viaggiare per questo, ma per isvegliarvi, per farvi apprendere un poco di mondo.

Tonino. Se i vol che me desmissia, che i me daga muggier.

Ottavio. Se capiterà una buona occasione o qui, o altrove, non dubitate che procurerò che siate contento.

Tonino. Sieu benedetto! lasse che ve daga un baso, (vuol abbracciare Ottavio, e gli stivali gl’impediscono di poter camminare) Co sti stivali no me posso mover.

Ottavio. Ora ve li caverete. Chi è di là? e’è nessuno?

SCENA V.
Brighella e detti.

Brighella. Oh signor Ottavio, ben arrivado.

Ottavio. Ben trovato il mio caro messer Brighella.

Brighella. Questo èlo quel signor Venezian?...

Tonino. Sior sì, mi son un lustrissimo da Venezia, che xe vegnù a Roma per maridarse.

  1. Savioli e Zatta: stivai.