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L'UOMO PRUDENTE 265

Notaio. (Signori galantuomini, il complimento è tutto vostro), (ai birri) Ma perchè vi hanno rinserrata? (a Colombina)

Colombina. Per nulla. Che venga la rabbia a quanti birri vi sono. Credetemi, se ne trovassi uno, lo vorrei trucidare colle mie mani.

Notaio. (Costei forse saprà qualche cosa del veleno.) (da sè) Legatela e conducetela a Corte. Frattanto io anderò a visitare questa stanza. (entra nella stanza terrena. I birri legano Colombina)

Colombina. Come! ancor voi mi legate? Non sareste già... Oh me meschina! sentite, se ho detto male dei birri, ho inteso di dire di quei cattivi. Ma dove mi conducete? Ah povera Colombina! Finora colle mie bellezze mi riuscì di legare, ed ora mi conviene esser legata. (parte con due birri, gli altri restano)

SCENA XV.
Il Notaio dalla suddetta stanza, poi Arlecchino e birri.

Notaio. Qui non vi è nulla. Buttate giù quest’altro uscio. (I birri buttano giù l’uscio dell’altra stanza terrena, ed esce Arlecchino tutto lasso e cadente. I birri lo reggono, ed egli si va appoggiando ad essi, e ora casca di qua, e ora di là.)

Notaio. Animo, amico, che cosa avete?

Arlecchino. Fame.

Notaio. Chi siete?

Arlecchino. Fame.

Notaio. Che nome avete?

Arlecchino. Fame.

Notaio. Chi vi ha serrato là dentro?

Arlecchino. Fame.

Notaio. Costui non vuol parlare. Legatelo bene, e conducetelo a Corte.

Arlecchino. Gridando fame, fame, si lascia dai birri strascinar via.)

Notaio. Mi pare uno sciocco, dubito che poco vi sarà da ricavare rapporto al venefizio di cui si tratta. (parte)