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L'UOMO PRUDENTE 257

Rosaura. Misera me, che sento! Povero genitore! mi vien da piangere solo nel figurarmelo.

Florindo. Ma state cheta e non parlate a nessuno. Lasciate qui questa cagna, e qui questa pentola. Ora io rimedierò al tutto. (Tacere un simil fatto, sarebbe un fomentare le loro perfide iniquità. Chi risparmia i rei, sagrifica gl’innocenti.) (da sè, e parte)

)SCENA V.
Rosaura, poi Pantalone.

Rosaura. Ecco lì, poverina! Chi me l’avesse mai detto, che dovesse così miseramente morire! Mi sento strappare il cuore.

Pantalone. Fia mia, cossa fastu in cusina?

Rosaura. (Piangendo corre ad abbracciar Pantalone) Ah, caro padre, siete vivo, e vivrete per prodigio del cielo.

Pantalone. Perchè? Cossa xe sta?

Rosaura. Riconoscete la vita da quella povera bestiolina.

Pantalone. Perlina xe morta?

Rosaura. Sì, me ne dispiace, ma più sarei afflitta se foste morto in di lei vece, mio caro papà.

Pantalone. Ma cossa gh’intro1 mia con una cagna?

Rosaura. Se non moriva ella, dovevate morir voi.

Pantalone. Mib no t’intendo.

Rosaura. Ella è morta di veleno.

Pantalone. E per questo?

Rosaura. Il veleno è in quella pentola...

Pantalone. Avanti mo.

Rosaura. In quella pentola vi è una panatella...

Pantalone. E cussì?

Rosaura. Quella panatella era destinata per voi.

Pantalone. Aseoc! vien qua, fia mia, di’ pian che nissun ne senta. Come xelo sto negozio? Cossa sastu? Come lo sastu?

  1. Mi, io.
  2. Come sopra.
  3. Aseo, aceto, espressione di maraviglia.
  1. Bett., Sav. e Zatta: gh’intrio.