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254 ATTO terzo

Ottavio. Qual è dunque la pentola, in cui bolle il veleno?

Beatrice. Sì, caro Ottavio, figlio veramente amoroso e pr udente. (va al focolare, e prende un’altra pentola ed un cucchiaio) Eccovi in quet’erbe, destinate per una zuppa da darsi ai povero Pantalone, l’arsenico che mi avete mandato. Gittatele giù da quella finestra nel fiume, e si disperda con esse la memoria del nostro errore. (Purchè l’effetto succeda, accada poi ciò che vuole), (da sè)

Ottavio. Vaso indegno, ricolmo d’iniquità, vatti a seppellire nell’acque, anzi nel fondo d’abisso, (getta la pentola dalla finestra)

Beatrice. (Povere erbe, non hanno colpa veruna). (da sè)

Ottavio. Ora son contento.

Beatrice. Deh, in un perpetuo silenzio si nasconda il tentativo.

Ottavio. Ci va egualmente della mia, che della vostra salvezza. Or che ho salvato mio padre, torno più lieto dalla mia sposa. (parte)

Beatrice. Va, che l’hai veramente salvato. Povero stolto! e tu pensavi che ti volessi dire la verità? Se non volevi che tuo padre morisse, non mi dovevi provvedere il veleno: che quando una donna disperata ha l’arme in mano di vendicarsi, morirebbe piuttosto che tralasciare di farlo. (parte)

SCENA III.
Rosaura, con un cane in braccio.

O che prodigio! la signora Beatrice in cucina, e intorno le pentole! Suo danno! Mio padre ha licenziato Colombina per cagion sua; faccia ora da sè. Ma gran discorsi faceva qui con mio fratello! Mi pare che abbia gettata una pentola dalla finestra. Oh che pazzi! Ma non v’è nemmeno il cuoco. Vorrei dare un poco di pappa alla mia cagnolina. Adesso adesso, piccina, aspetta, guarderò io se c’è nulla per te. (va al focolare) Oh, ecco appunto della pappa; sarà di mio padre. Non importa. Un poca