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L'UOMO PRUDENTE 249

Arlecchino. Nè la dama sta bene senza del cavaliere.

Colombina. Dunque se vi compiacete...

Arlecchino. Dunque se vi degnate...

Colombina. Io v’offro la mia destra.

Arlecchino. Ed io la mia sinistra.

SCENA XIX.
Pantalone in disparte, che osserva, e detti.

Colombina. E con la mano vi consacro il mio cuore.

Arlecchino. E con la mia vi dono la coratella.

Colombina. Col laccio d’Imeneo le nostre nobiltà si congiungano.

Arlecchino. Per far razza di nobili birbantelli.

Pantalone. (Fa cenno da sè che vuol burlarli, e parte.)

Colombina. Ah, ch’io peno d’amore!

Arlecchino. Ah, ch’io spirito dalla fame!

Colombina. Venga nel mio feudo, che potrà saziarsi.

Arlecchino. E qual è il vostro feudo?

Colombina. La cucina.

Arlecchino. Questo è un marchesato, che val più d’un regno.

Colombina. Colà troverà i suoi sudditi.

Arlecchino. E chi sono li sudditi?

Colombina. Alesso, fritto, ragù, arrosto e stufato.

Arlecchino. Io mi mangio in un giorno il marchesato.

Pantalone. (Torna con quattro uomini, ai quali ordina con cenni ciò che devono fare, e resta in disparte. I quattro uomini s’avanzano; due prendono in mezzo Colombina, e due Arlecchino. Essi vorrebbero parlare, ma gli uomini li minacciano e li fanno star cheti. Levano loro1 gli abiti da cavaliere e dama sempre senza parlare, e Pantalone se ne ride; poi mettono in capo a Colombina un zendale, e addosso ad Arlecchino uno straccio di ferraiuolo; danno loro mano uno per parte, e li conducono via, sempre alla mutola, Colombina da una parte e Arlecchino dall’altra.)

Colombina. Addio, cavaliere. (verso Arlecchino, partendo)

  1. Bettinelli, Savioli, Zatta: E li levano dattorno.