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I DUE GEMELLI VENEZIANI 161

No, perfido, no, scellerato, non ti verrà fatta. Ama chi amar devi per debito. Adempi l’impegno del tuo cuore mendace. Attendi, attendi, che per farti conoscere che non ti curo, anzi ti aborrisco e ti sprezzo, ora vo a prender quella scrittura con cui t’impegnasti tu meco, e vedrai, ingratissimo amante, che Rosaura non sa soffrire un inganno. (si ritira dalla finestra)

SCENA XIV.
Zanetto solo.

Adesso che son maridà, stago ben. Questa me dise perfido, quella crudel. Una barbaro, l’altra tiran. Ghe ne xe più? Povero Zanetto! Son desperà. Tutti me cria. Nissun me vol. No me posso più maridar. Dove xe un lazzo, che me picca? Dove un cortello, che me scanna? Dove xe un canal, che me nega? Per zelosia le donne me strapazza, e mi togo de mezzo, e stago a bocca sutta. Donne, gh’è nissuna che me voggia? No son pò gnanca tanto brutto. Ma l’è cussi, nissun me vol, tutti me strapazza, tutti me cria. Maledetta la mia desgrazia, maledette le mie bellezze. (parte)

SCENA XV.
Rosaura, poi Tonino.

Rosaura. (Alla finestra) Eccomi, eccomi con quella scrittura... Ma se n’è andato l’indegno. Mal mi lusingai, che qui mi attendesse. Il rossore, la confusione l’hanno fatto partire. Ma lo farò ritrovare, vedrà s’io so vendicarmi, (arriva Tonino) Ma eccolo che ritorna. Sfacciato, hai tanto ardire di comparirmi sugli occhi? Va, che di te più non curo. Ecco la tua scrittura, eccola ridotta in pezzi. Eccola sparsa al vento; così potessi veder lacerato quel cuore indegno. (straccia una scrittura, la getta in istrada, e si ritira dalla finestra)