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sione e in cui vi era espresso, ed in rima, il mio nome, il mio cognome e la mia Patria, onde pareva che a bello studio lo avessi fatto per pubblicarmi sfacciatamente l’autore di quella Satira. La cosa si divulgò, senza che io lo sapessi; i maligni se ne compiacquero; gl’indifferenti mi condannarono, e gli offesi mi volevano morto. Ho camminato due giorni colla vita in pericolo senza saperlo. Fui avvertito che m’insidiavano, e stetti in guardia per qualche tempo. Giunse frattanto a Pavia il Superiore del Collegio, chiamato espressamente da Voghera per questo. Non era più il Bemerio, ma lo Scarabelli, poiché il primo era passato all’altra vita, sei mesi avanti.

Aveva per me questo nuovo Prefetto tutto l’amore e tutto l’impegno, poiché egli dipendea in qualche modo dal Senatore Goldoni. Mi chiamò, appena giunto, nella sua camera, mi rimarcò assai pateticamente il fallo ch’io aveva commesso, mi fece ancora più arrossire, dicendomi che fra le persone, ch’io avea maltrattate, eravi compresa una sua Nipote, e finì per dirmi che la città tutta era contro di me sollevata, che il Collegio era obbligato a sagrificarmi, e che per salvarmi la vita non vi era altro rimedio, che farmi partire segretamente. Lascio considerar al Lettore qual io restassi in quel punto, veggendomi nella dura necessità di dover partire, con poco onore e colla perdita totale di tutte le mie speranze. Lo supplicai colle lagrime agli occhi di non lasciar nulla intentato per rimediarvi, si commosse, me lo promise, operò quanto gli fu possibile di operare, ma nulla si ottenne. Spedì un espresso a Milano al Senatore Goldoni, impiegò l’autorità del Marchese Ghislieri, quella per fino del Senatore Erba Odescalchi, in allora Podestà o sia Governator di Pavia. Tutti si mossero in mio favore, ma tutti inutilmente. Dodici famiglie offese ne attiravano a sé un gran numero colle amicizie e le parentele. La causa era diventata comune, ed io doveva essere sagrificato. Restai quindici giorni in Collegio, con proibizione di uscire, e non sarei uscito, potendo, perchè mi premeva salvar la pelle. Un giorno finalmente, che era caldissimo, nel mese di Maggio, mentre i Collegiali erano a pranzo nel refettorio, venne il Prefetto nella mia camera, e mi


intimò