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486 ATTO TERZO


Rosaura. Ficcatevi quel che volete, ch’io non ci penso. Ora vado a prepararmi per l’accademia; ma piuttosto per il più fiero e più pericoloso cimento. Temer dovrei, perchè dorma, di pormi a fronte de’ miei nemici; ma mi confido nell’assistenza de’ Numi. Non sempre è il saper che trionfa, ma il modo sovente di far valere il proprio talento. (parte)

SCENA VI.

Brighella fa accomodar il tavolino e le sedie dai servitori per l’accademia. Arlecchino credendo vi si mangi, s’asconde sotto il tavolino.

Florindo, Beatrice, Ottavio, Diana, Lelio, Isabella, Dottore, Momolo.

Lelio. Volete dunque felicitare le nostre orecchie coll’armonioso suono delle vostre metriche voci? (a Florindo)

Florindo. Per compiacer mio padre, darovvi il tedio di soffrire le mie debolezze, sperando esigere non solo un benigno compatimento; ma la grazia altresì di udire qualche cosa del vostro.

Lelio. Io mi prostrerò ad Apollo, pregandolo inaffiarmi coll’onda d’Aganippe, onde possa rivivere e ripullulare l’inaridita mia vena.

Momolo. Caro compare Florindo, xe tanto tempo che non se vedemo; no credeva mo miga che la prima volta che tornemo a vederse, s’avessimo da saludar in versi. Ammirerò il vostro spirito, e dirò anca mi quattro strambotti, se me dè licenza.

Dottore. Anzi ci farà grazia. Animo, ognuno al suo posto.

Florindo. Qui la signora cognata, e qui la signora sorella. (si pone fra le due donne)

Lelio. Madama, avrò l’onore di sostenere sopra gli umili miei ginocchi una parte di questo vostro macchinoso recinto. (siede presso Beatrice e si pone addosso il suo guardinfante)

Beatrice. Spero che il peso di questa macchina non vi stroppierà.

Lelio. (Com’è frizzante)! (da sè)

Momolo. Siora Diana, ela contenta che ghe staga arente?

Diana. È padrone. (Starei più volentieri presso quel forestiere). (da sè, osservando Isabella)