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capitolo xxv 71


entro in materia; attacco di fronte l’arringa di Cordelina. I miei fatti son veri, buona la mia voce, la mia eloquenza non dispiace: parlo per due ore, concludo, e mi trovo dalla testa ai piedi in un mar di sudore.

Mi aspettava il servitore in una camera vicina, ove mi mutai la camicia: era stanco, sfinito. Ecco mio zio: — Caro nipote, vincemmo, e la parte contraria è condannata nelle spese. Coraggio, caro amico, egli continua, coraggio, questo primo saggio vi annunzia per un uomo che deve conseguire un bell’avviamento; non vi mancheranno clienti. — Eccomi dunque felice... Cielo! che destino! che rovesci!

Il disgraziato avvenimento che io son per raccontarvi, annunziato da me stesso nel passato capitolo, avrebbe potuto essere inviluppato fra gli aneddoti de’ due anni precedenti; ma mi è piaciuta piuttosto di riunirne l’istoria in tutto il suo intiero, che di troncarne il filo e di sbocconcellarla. Mia madre era stata in strettissima lega con la signora St***, e la signora Mar*** due sorelle divise di azienda domestica tra di loro, benchè abitanti nella medesima casa. Dopo averle perdute di vista a motivo dei suoi viaggi, ella ne rinnovò la conoscenza appena ci ristabilimmo in Venezia. Fui presentato a queste dame; e siccome la fanciulla era la più ricca, abitava perciò il primo piano, e teneva conversazione, la quale noi frequentavamo a preferenza dell’altra. La signorina Mar*** non era giovine, conservava ancora bensì molti bei pregi: nell’età di quarantanni era fresca come una rosa, bianca come la neve, con vivace colorito naturale, occhi grandi, vispi e spiritosi, una bocca amabile, ed un aspetto di salute molto piacevole; il solo naso guastava un poco la sua fisonomia. Aveva un naso aquilino un poco troppo rialzato che per altro le dava un’aria d’importanza quando si metteva sul serio. Aveva sempre ricusato di maritarsi, benchè, pel suo onesto contegno e per la sua fortuna, non le fossero mai mancati partiti, e, non so se per mio bene o per mia disgrazia, io fui l’avventurato mortale che seppe il primo andarle a genio. Eravamo d’accordo; ma non ardivamo dircelo, poichè la signorina faceva la vereconda, ed io temeva un rifiuto. Ne feci la confidenza a mia madre, a cui non dispiacque, anzi, credendo il partito per me conveniente, s’incaricò d’intraprenderne il trattato: procedeva bensì molto lentamente, per non distrarmi dalle occupazioni, e avrebbe voluto che io avessi un poco più di stabilità nella mia professione. Frattanto andavo a passar le sere in casa della signorina Mar***, ove scendeva anche sua sorella per far la partita, conducendo seco le due sue figlie già di età nubile: la maggiore era deforme, l’altra poi era ciò che si dice in francese une laideron, ch’è quanto dire una donna brutta, ma non sgradevole. Aveva peraltro due begli occhi neri e furbi, una piccola maschera di Arlecchino molto gustosa, e delle grazie naturali ed incitanti. Non era amata dalla zia, per essere ella stata più volte d’ostacolo alle passeggiere di lei inclinazioni, onde non mancava di fare il possibile per toglierle il posto a riguardo mio. In quanto a me, mi divertivo con la nipote, e stavo forte con la zia. In questo mentre s’introdusse in casa della signora Mar*** una Eccellenza, che fece l’occhietto alla bella, ed ella cadde nella rete. Nè l’una nè l’altro però si amavano; la signorina teneva al titolo, e il signore alla di lei fortuna. Frattanto io mi vidi decaduto dal posto d’onore che fin allora avevo occupato; me ne offesi, e per vendicarmi feci la corte alla detestata rivale, spingendo tant’oltre la mia vendetta, che in due mesi di