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capitolo vii 281


gli altri sono chiusi. Esso è un concerto composto di tutto ciò che può esservi di meglio, tanto in voci come in istrumenti; vi si cantano salmi, inni, oratorii; vi si eseguiscono sinfonie, concerti; e vi si fanno venire i professori più celebri d’Europa. I cantori stranieri però derogano, per così dire, alla prima istituzione di questa musica, nella quale altre volte non era in uso se non la lingua latina; ma la maniera di pronunziarla presso i Francesi è diversa tanto da quella delle altre nazioni, che il più abile e piacevole cantante forestiero si renderebbe ridicolo a Parigi, se si esponesse a cantare un mottetto latino. I forestieri dunque cantano in italiano, perchè sembra, che le altre nazioni non abbiano una musica particolare e propria, onde la concessa libertà di mutare linguaggio porta con sè quella di cambiare il soggetto del canto; epperò talvolta in mezzo ai cantici spirituali si odono piccole cantate, che al pari delle altre riescono gradevoli. Non trovasi in Italia una Accademia pubblica così ben regolata come quella di Parigi. Abbiamo, è vero, in Venezia i quattro Ospedali di ragazze, dei quali ho già reso conto nella prima parte di queste Memorie; a Napoli vi sono i conservatorii, scuole di buona musica vocale e istrumentale. Anche i Padri dell’Oratorio dànno nelle loro congregazioni degli oratorii, e dappertutto si trovano concerti di professori o dilettanti; ma tutti questi stabilimenti non offrono la magnificenza di quello di Parigi.

Rendo conto delle bellezze e dei divertimenti di questa città e quelli soltanto, che non han di essa alcuna idea; e quantunque le mie Memorie possano correre il destino di servire per involtare, io le scrivo nulla dimeno come se dovessero esser lette nelle quattro parti del mondo.

Ogni giorno più m’internavo nella cognizione del merito di questa città, ed ogni giorno più per conseguenza prendevo per essa un amore particolare; frattanto i due anni del mio impegno eran prossimi al loro termine, ed io non poteva far sì che non riguardassi come indispensabile la necessità di mutar clima. L’ambasciatore di Portogallo aveami fatto lavorare per la sua corte, e mi aveva regalato mille scudi in ricompensa di una operetta, che incontrò in Lisbona il pubblico aggradimento: per questo motivo sperava che la mia persona non fosse per essere sgradita in un paese, ove sommamente fiorivano in quel tempo gli spettacoli, ed eran con generosità remunerati gl’ingegni. Da un’altra parte il cavaliere Tiepolo, ambasciatore di Venezia, non desisteva dall’incoraggiarmi a ritornare in patria, dalla quale tanto affettuosamente ero amato e desiderato. Vicino infatti a compiere il tempo della sua ambasciata, mi avrebbe ricondotto di buon animo egli medesimo, ed anche sostenuto e protetto. Si trovava per altro malato seriamente, anzi fece la sua visita di congedo aggravato da mille incomodi e dolori; si trasferì in seguito a Genova per consultare il famoso Tronchin; ma quivi appunto cessò di vivere con sommo rammarico della sua Repubblica, come pure della corte di Francia, la quale professavagli un’eguale stima. Frattanto, nello stato d’irresoluzione in cui ero, una costellazione propizia venne benefica in mio soccorso. Feci conoscenza con la signorina Silvestra, leggitrice della fu principessa la Delfina madre del re Luigi XVI.

Questa signorina, figlia del primo pittore del re Augusto di Polonia ed elettore di Sassonia, fu in Dresda destinata all’educazione della sua reale padrona, con la quale, anche in Francia, erasi mantenuta in quel credito, che la sua condotta e il suo ingegno le avean fatto meritamente acquistare. La signorina Silvestra, che parlava