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capitolo xxiii 207


Nel mio viaggio avevo percorse parecchie di quelle abitazioni di campagna che circondano la Brenta, ove il lusso spiega con pompa tutto il suo fasto. I nostri maggiori si recavano una volta in codesti luoghi per solo fine di raccogliere le loro sostanze, ed in oggi vi si va per dissiparle. Nel tempo della villeggiatura infatti si tien grosso giuoco, tavola aperta, si fan feste da ballo, si danno spettacoli, ed è appunto qui, che i cicisbei italiani senza vincoli e senza noia fanno più progressi che in qualunque altro luogo. Siffatte differenti pitture furono da me disegnate di lì a poco tempo in tre commedie consecutive, delle quali sarà da me dato l’estratto nei capitoli seguenti. Nel presente, altro non fo che toccar di volo la galanteria delle conversazioni di campagna.

Don Gasparo e donna Lavinia sua moglie sono i padroni della casa in cui succede la scena. Il marito non si mescola punto negli intrighi della conversazione: se ne sta da sè con le contadine del suo villaggio; e si diverte a far burle e girar le campagne. Donna Florida, della conversazione anch’essa di donna Lavinia, ha il suo cicisbeo come la padrona di casa. Vi entra subito la gelosia: il passeggio dà luogo ad incontri casuali che si credono combinati d’accordo. Ecco perciò le amiche in bisticcio, e un immaginario dolor di capo scioglie la conversazione nel colmo appunto della migliore stagione. Le dame partono dunque per la città, e i lor galanti le seguono, e così termina la commedia. Non può dirsi veramente che in questo lavoro vi sia alcun che di singolare, ma le particolarità della galanteria riescono piacevolissime, e i differenti caratteri dei personaggi producono un dialogo vivissimo e una critica vera e pungentissima. Fu indovinato lo scopo di tal mia composizione e nel tempo stesso applaudito, e benchè questa commedia fosse in prosa, ebbe ciò nonostante più incontro di quello che mi ero immaginato. Vedevo bene per altro che non conveniva abusare del compatimento del pubblico, onde ne misi in scena una di cinque atti ed in versi, intitolata La Donna forte, la quale, benchè non sia la donna forte della Scrittura, è pure una di quelle che potrebbe servir di esempio a molte altre. La marchesa di Montroux si era maritata per obbedienza, soffocando in cuore un’innocente passione. Don Fernando, uomo altrettanto furbo che malvagio, s’innamora di codesta dama poco tempo dopo il matrimonio di lei, e siccome ben ne conosceva la saviezza, disperava perciò di poterla vincere. In tale occasione non dimentica, che la marchesa aveva nutrito da ragazza un’innocente passione per il conte Rinaldo; onde procura di riunire nuovamente questi due amanti, col perverso disegno di profittare della più piccola debolezza della dama per obbligarla a ricompensare la mediazione di lui. La signora Montroux ricusa assolutamente di vedere il conte. Don Fernando vince la cameriera; questa introduce il conte nell’appartamento della padrona, e il furbo pertanto profitta di questo abboccamento involontario affine di inspirar timore nell’animo della marchesa. Essa disprezza le minacce del seduttore, ma da questo scellerato viene accusata al marito d’infedeltà. Questa innocente donna è perfino minacciata di morte, ed è l’istesso Don Fernando, che annunzia alla medesima lo sdegno e l’idee di vendetta del marchese, dandole a scegliere il ferro o il veleno; le propone bensì di salvarla quando però ella sia con lui meno fiera. La marchesa è pronta a morire, ma Don Fernando vuol darle tempo a riflettere, e così la lascia chiudendo a chiave la porta. La marchesa non teme la morte, ma vedendo che un tragico fine la strascinerebbe alla