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206 parte seconda


Quest’uomo pure era ipocondriaco, ed avevo seco avuti in Venezia parecchi colloqui relativamente agli stravaganti effetti delle nostre malinconie. Al mio arrivo in Milano lo incontro in peggiore condizione di prima; da una parte era combattuto dal desiderio di far conoscere la singolarità del suo ingegno, ritenendolo nel tempo medesimo dall’altra il rossore di comparir sul teatro nel proprio paese. In tale stato soffriva infinitamente, vedendo sotto i suoi occhi applauditi i compagni senza che riportasse dal pubblico ancor egli la sua parte di applauso. Aumentavano perciò le sue malinconie un giorno più dell’altro, di modo che i colloqui che frequentemente seco avevo su tal proposito le avevano risvegliate anche in me.

L’Angeleri cedè finalmente al violento impulso del suo genio: va sul palco scenico, è applaudito, rientra fra le quinte, e cade morto all’istante. Resta vuota per tale accidente la scena, gli attori non vengono più fuori; a poco a poco spargesi la nuova, e giunge fino al palchetto dove era io. Oh cielo! è morto l’Angeleri! il mio compagno di malinconie! Nell’istante medesimo esco qual forsennato, vado non sapendo dove, e mi trovo in casa senza neppure aver veduto la strada da me fatta. Tutti si accorgono della mia agitazione: me ne chiedono il motivo, ed io grido a varie riprese: l’Angeleri è morto! e mi getto sul letto. Mia moglie che ben conosceva la mia natura, procurò di calmarmi, e mi consigliò un salasso. Sono anche io di parere che avrei fatto molto bene secondando il consiglio di lei, ma in mezzo ai fantasmi che mi soffogavano, riconoscevo la mia balordaggine e mi vergognava di esservi rimasto soccombente. Malgrado la ragione che in tal caso richiamavo in mio aiuto, lo sconcerto provato in me stesso era stato sì forte, che mi causò una malattia, e durai più fatica a risanar lo spirito che il corpo. Il dottor Baronio, mio medico, dopo di avere adoprati per ristabilirmi tutti i soccorsi della sua arte, mi tenne un giorno un discorso che mi risanò perfettamente. Voi dovete, ei mi disse, riguardare il vostro male come un fanciullo che viene ad assalirvi con una spada alla mano: se voi starete in guardia, egli non vi ferirà, ma se poi gli presentate il petto voi stesso, anche questo fanciullo basterà ad uccidervi.

Sono assolutamente debitore a quest’apologo della mia salute; me ne son sempre ricordato, e ne ho avuto bisogno in ogni età. Infatti questo maledetto fanciullo tuttora mi minaccia di tempo in tempo, e mi conviene ogni volta fare alcuni sforzi per disarmarlo.

CAPITOLO XXIII.

La Villeggiatura, commedia di tre atti ed in prosa. — Suo compendio. — Suo buon successo. — La Donna forte, commedia di cinque atti ed in versi. — Suo felice incontro. — Il Vecchio bizzarro, commedia di tre atti ed in prosa. — Sua caduta. — Malignità de’ miei nemici. — Il Festino, commedia in versi, di cinque atti. — Effetto ammirabile di questa commedia.

Durante la mia convalescenza in Modena e negli intervalli delle mie malinconie a Milano, non perdetti mai di vista il teatro, onde ritornato a Venezia con sufficienti materiali per l’anno comico 1754, ne feci l’apertura con una nuova commedia intitolata La Villeggiatura.