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130 parte prima


remo qui, voi non andrete a Genova. — Ma che farò io qui? gli rispondo. — Vi divertirete. — Oh questo è il miglior mestiere che io conosca; per altro è necessario darsi qualche occupazione. — Noi, noi vi occuperemo; presentemente abbiamo una commedia assai passabile. — E quali sono gli attori principali? — Vi è la signora Casalini buonissima attrice, vi è la signora Bonaldi... — Forse la servetta? — Sì... — Meglio, meglio: questa è la mia comare, la rivedrò con sommo piacere. — Frattanto, mentre ragionavamo così il signor Borsari ed io, mia moglie sosteneva con qualche repugnanza la conversazione dei signori uffiziali tedeschi, che non piegavano avanti le donne le ginocchia come gli Spagnuoli. Mi fece cenno di non ne poter più: onde prendemmo congedo dalla compagnia, rimanendo con noi il signor Borsari. Il mio servitore era ad aspettare alla porta per avvertirmi che il solito appartamento era allogato; ma mi promise il signor Borsari di farmelo avere, mutando quartiere all’uffiziale che lo abitava, il quale era di sua conoscenza. Ci condusse frattanto in sua casa, e ci propose una camera accanto alla sua, che con piacere accettammo, e che fu da noi occupata per soli tre giorni. Il dì seguente fui presentato da questo buon amico al suo padrone. Aveva già il principe inteso parlare di me: mi comunicò le sue idee per una festa, e m’incaricò dell’esecuzione.

L’imperatrice regina Maria Teresa maritava l’arciduchessa sua sorella al principe Carlo di Lorena. Il maresciallo Lobcowitz voleva che Rimini pure desse qualche dimostrazione di gioia per quell’augusto imeneo; mi ordinò pertanto una cantata, e si rapportò a Borsari e a me, per la scelta del compositore, e per il numero e per la qualità delle voci. Ci lasciò arbitri ed assoluti padroni di tutto, solo raccomandandoci l’ordine e la prontezza. Si trovava appunto in Rimini un maestro di musica napoletano chiamato Ciccio maggiore, professore non già di prim’ordine, ma passabile in tempo di guerra. Lo incaricammo di tal lavoro, si fecero venire da Bologna due cantori e due cantatrici, ed io adattai le parole alla vecchia musica del nostro compositore. In capo a un mese fu eseguita la nostra cantata sul teatro della città, col contento di chi l’aveva ordinata, e con soddisfazione degli uffiziali forestieri e della nobiltà del paese. Il compositore ed io fummo generosissimamente ricompensati dal generale tedesco; ed oltre a ciò il napoletano, che non era sbalordito, avevami suggerito un mezzo di più, da lui forse altra volta esperimentato per ottimo, affine d’aumentare il nostro profitto.

Si fece molto nobilmente legare una quantità considerabile di esemplari della nostra cantata già messa alle stampe, andammo in una bella carrozza a presentarla a tutti gli uffiziali di stato maggiore dei diversi reggimenti acquartierati nella città, e circondarii della medesima, e portammo a casa una borsa ben piena di zecchini di Venezia, di doppie di Spagna e quadrupli di Portogallo, che colla massima tranquillità e convenienza dividemmo fra noi. Mi fu scritto in questo tempo da Genova che un negoziante veneto, senza mira alcuna di pregiudicarmi, domandava il mio impiego di console, nel caso che io non avessi più la volontà di continuarlo, esibendosi di prestar servizio senza onorario alcuno; contentissimo di un titolo, che, riguardo al suo stato, poteva essergli molto più vantaggioso, che a me. Così il senato di Genova non mi rigettava, ma mi poneva nel caso, o di dimettermi o di servir gratis. Adottai il primo di questi due partiti, ringraziai la Repubblica, nè più vi pensai. E poi, avevo tanto sofferto, che, per vero dire, mi piaceva