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schi, ci domandò notizie dei signori Riedesel. Bartels, Munter, che tutti aveva conosciuti, apprezzando con finezza il carattere, ed il contegno di ognuno. Ci separammo con rincrescimento da lei, e dessa pure mi sembrò spiacente, di vederci partire. Quest’isolani vivono pure vita appartata, e non sono frequenti le occasioni, nelle quali possono rinnovare, scambiare le loro idee.

Allora l’abate ci portò nel convento dei Benedettini, e c’introdusse nella cella di un monaco, uomo dì mezz’età, il cui aspetto serio, ed anzi malinconico, non prometteva per dir vero conversare molto piacevole. Egli era però l’artista abilissimo, che solo è capace di governare l’organo colossale di quella chiesa. Allorquando egli ebbe piuttosto indovinato il nostro desiderio, che dato ascolto alle nostre parole, tacendo egli si dispose a favorirci; ci portammo in una vasta chiesa, la quale non tardò a risuonare in ogni angolo delle armonie di quello stromento prodigioso, le quali variavano dalle note le più dolci e le più soavi, agli scoppi i più romorosi del tuono.

Chi non avesse visto prima l’artista, avrebbe creduto che l’organo fosse suonato da un gigante; ma noi che lo avevamo visto dapprima, ci meravigliavamo che non fosse rimasto già da tempo soccombente in quella lotta disuguale.


Catania, venerdì 4 maggio 1787.

Oggi, poco dopo il pranzo, l’abate ci venne prendere con un legno, per farci vedere le parti più remote della città, se non che nel salire in carrozza, sorse una quistione abbastanza curiosa di ceremoniale. Io ero salito per il primo, ed avevo preso posto alla sinistra, lasciando la diritta al reverendo, ma questi non ne volle sapere, ed alla preghiera che io gli porsi di non badare alle cerimonie. «Scusate, egli disse, quando io prendessi posto alla vostra diritta, crederebbe ognuno che siete voi che portate me a passeggio; mentre se io prenderò posto