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L’esteriore della chiesa promette poco, ma non appena si apre la porta, vi si presenta uno spettacolo inaspettato, e si prova una profonda sorpresa. Si trova un portico, ovvero un volto, il quale si apre nel senso della larghezza della chiesa, e che dà accesso alla navata di questa. Nel portico stanno i soliti acquasantini, non chè alcuni confessionali. La navata della chiesa trovasi scoperta, ed è formata alla parte diritta dalla parete grezza e rozza di uno scoglio, ed alla sinistra da muro, in continuazione di quello del portico d’ingresso. Il pavimento, formato di ampie lastre di pietra, trovasi alquanto in pendenza, per potere dare corso alle acque piovane, e quasi nel centro di quello, stà una piccola fontana.

La caverna poi, fù ridotta a coro, senza modificarla per nulla dalla sua rozza forma primitiva. Vi si accede salendo alcuni gradini, e vi si scorgono il leggio colossale destinato a sostenere i libri corali, e da ambi i lati, gli stalli dei monaci. Il tutto trovasi illuminato dalla luce che scende dall’alto della navata, e che entra dal portico; ed al centro del coro, al fondo, immerso quasi nell’oscurità, sorge l’altare maggiore.

Nessuna variazione, siccome abbiamo notato di già, fu introdotta nella caverna, se non chè, gocciolando l’acqua da ogni parte lungo le pareti, convenne provvedere a raccoglierle e radunarle, per tenere il luogo asciutto; e ciò si fece, per mezzo di canaletti di piombo, incastrati nei vani dello scoglio, e collegati fra di loro. E questi, essendo più larghi alla sommità, più ristretti alla base, e colorati di una tinta verdastra oscura, danno aspetto alla grotta di scogli, addossati ai quali fossero cresciute piante di cactus. Tutta l’acqua che si raccoglie è portata in una vasca, dove la vanno attingere i fedeli, i quali le attribuiscono virtù miracolose.

Mentre stavo esaminando tutti quei particolari, entrò un sacerdote, il quale mi domandò se per avventura io fossi Genovese, e se non volessi far celebrare qualche messa? Risposi, essere io venuto a Palermo con un geno-