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per provarmi ad essere loro utile. Ma quattro settimane! Che cosa sono desse, poste a confronto di una lunga vita. Ed ora statemi bene. In questo viaggio imparerò sempre, se non altro, a viaggiare; ignoro se imparerò pure a vivere. Gli uomini, i quali posseggono questa scienza sono nel loro complesso troppo diversi da me, perchè io possa sollevare pretese a fare loro concorrenza.

State bene, e vogliatemi bene, quanto io ne voglio a voi.


Napoli, il 28 marzo 1787.

In questi giorni sono assorto nel pensiero dei bagagli, nel fare visite di congedo, nel pagare, nel correre quà e là; sono giornate perdute sterilmente.

Il principe di Waldeck poi, mi ha inquietato ancora di più, nell’atto che mi recai a prendere commiato da lui; voleva nientemeno che io al mio ritorno mi disponessi ad accompagnarlo in Grecia, e nella Dalmazia. Quando un uomo si è cacciato una volta nella società, si è mescolato a questa, non è più padrone di sè, se pure non corre rischio talvolta di dovere diventare pazzo. Sarei incapace di più scrivere, una sillaba sola.


Napoli, il 29 marzo 1787.

Da alcuni giorni il tempo era incerto, ma oggi, giorno stabilito per la partenza, è cotanto bello, che non si potrebbe desiderare di più. Soffia vento favorevole di tramontana, e l’atmosfera è di tale limpidezza, da non potersene dare idea con parole. Ed ora mando un addio di cuore, a tutti gli amici di Weimar, e di Gotha. Mi accompagni il nostro affetto, imperocchè potrebbe pure accadere che io ne avessi d’uopo. Questa notte sogno ancora una volta ai casi miei, quasi io non dovessi nè potessi scaricare altrove che presso voi altri, la mia barca di fagiani. Fosse ricco almeno, il carico di questa.