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Il 22 Gennaio.

Già da qualche tempo, ma specialmente in occasione della recita dell’Aristodemo, si è risvegliato il patriottismo dei nostri artisti tedeschi.

Non cessarono dal parlare con favore della mia Ifigenia; mi richiesero di ripeterne loro alcuni passi, e finii per doverne dare loro lettura di tutta, una seconda volta; ed in questa occasione mi accorsi che vari brani facevano migliore figura alla recita, di quanto comparissero sulla carta. Convien pur dirlo; la poesia, non è fatta per gli occhi.

Queste voci favorevoli non tardarono guari a giungere all’orecchio di Riefenstein, non che di Angelica, ed ho dovuto leggere un altra volta colà la mia tragedia. Pregai mi si concedesse alquanto di respiro, ma intanto esposi subito l’argomento della favola, ed il modo con il quale io l’aveva sviluppato, ed alla lettura poi, ottenne quella maggior favore di quanto mi sarei imaginato; ed anche il signor Zucchi, dal quale, per dir vero, poco io mi aspettavo, si pronunciò francamente in modo molto lusinghiero: Dichiarò espressamente che la mia tragedia per la forma si accosta all’indole più abituale delle tragedie greche, italiane, e francesi, le quali sono quelle che vanno più a genio di tutti coloro, i quali non sono ancora assuefatti a tutte le stranezze del teatro inglese.


Il 25 Gennaio 1787.

Mi sarà sempre più malagevole il potervi dare conto quindinanzi del mio soggiorno a Roma; questa città mi fa la figura del mare, che si trova sempre più profondo, a misura più si scende in esso.

Non si può esaminare lo stato attuale, senz’avere presente quello passato, ed il paragonare l’uno all’altro, richiede tempo ed agio.