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-lière e cerca invano di nascondere la stanchezza e la fretta presenti in tutte le opere dopo Le Misanthrope. C’è la caratteristica ridondanza dei procedimenti d’intrigo di un Molière di maniera: Argante vuol dare in isposa Angelica a Diaforetico, come Argone cerca in Tartuffo il marito di Marianna, come Filaminta vuol sposare Enrichetta a Trisottino: ma questo nucleo sentimentale dell’egoismo paterno non diventa se non indirettamente l’anima della commedia. In Beiina, in Beraldo, in Purgone, in Florido, in Bonafede ci sono dei motivi autobiografici e delle vendette personali accennate frettolosamente, senza che il poeta si liberi dal peso della superficiale immediatezza, Cleante è il tipo prestabilito dell’amante coi vecchi mezzi usuali, Tonina diventa qualche volta la Dorina del Tartuffo; il primo e il secondo atto sono condotti con una irregolarità e con un disordine pieni di incongruenze e di mezzucci artificiosi.

In mezzo a questa mediocrità appare come una sorpresa l’ultimo canto del cigno. Molière ritrova la sua arte migliore con una vivacità e con un’arguzia edificante nel gioco sottile che realizza nei rapporti tra Tonina e Argante. E’ una festa di malizia, una sublimazione di finissimo scherzo, una tenue linea di equivoca contraddizione. Nuoce alla commedia che la finzione di Tonina, in cui il poeta pare dimenticarsi, non sia tutta indipendente e viva di natura propria, ma debba servire ad un certo punto al mediocre e pedestre intreccio che Molière ci aveva prima pesantemente ammanito. Senonchè a farci scordare i noiosissimi casi di Angelica e di Cleante, scritti per obbligo, l’autore ha ideato la mirabile cerimonia finale in cui Argante è proclamato medico. Anche qui il