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verno verrebbe a vacare, ne pigliasse possesso in nome del padre. Lasciava però indietro Vincenzo una giovinetta nipote per nome Maria, figlia del fratello e antecessore di lui Francesco IV, e di Margherita di Savoia. E al ducato di Mantova, dal quale erano senza controversia escluse le femine, si trovava annesso quello del Monferrato, soggetto di antiche quistioni coi duchi di Savoia: quistioni già diffinite o sospese con uno stralcio di Carlo V imperatore, risuscitate in ultimo da quel Carlo Emanuele I cosf attivo e mobile nelle pratiche, come ardito nell’armi: quistioni, dico, che dovevano esser ben imbrogliate, giacché ogni volta che tornavano in campo si dava il caso che i giuristi del duca di Savoia trovavano ch’egli aveva ragione, e quelli del duca di Mantova, che aveva ragione il duca di Mantova. Noi, senza cercare ora chi l’avesse, né se una ragione vi fosse, diremo’ soltanto che Carlo Emanuele, dando in moglie a Francesco Gonzaga la sua figlia Margherita, aveva cedute a favore di questa e della sua posterità le sue pretensioni, fino a un certo segno però, e con certe condizioni, in modo insomma di poterle riprendere, come erano i trattati d’allora; e che nel 1613, dopo la morte del gènero Francesco, pretendendo, come avo materno la tutela della fan¬ciulla Maria nata di quel matrimonio, e mettendo innanzi le ra¬gioni di questa, poi mescolandovi quelle antiche sue, aveva mossa alla casa di Mantova una guerra, alla quale per poco non avevan presa parte tutti gli stati d’Europa. Un nuovo trattato aveva cessate le ostilità, senza terminare la quistione. Ora, per antivenire, quanto era fattibile, torno a dire ogni nuovo pretesto, e per riunire quanto più si poteva di ragioni sul capo del duca Nevers, pensò il duca Vincenzo, o chi pensava per lui, a dare in matrimonio quella giovane Maria al giovane Rethel quando giugnesse. A questi trattati che non potevano non traspirare, si opponevano con aperti ufizii e con segrete pratiche il duca di Savoia soprannominato, e il ministero di Spagna, il quale, aborrendo sopra ogni cosa lo stabilimento in Italia d’un principe naturalizzato francese era disposto a secondare tutti i maneggi e tutte le mosse che avessero per fine di stornarlo. Ma preva¬lendo presso U duca Vincenzo gli ilfizii e le pratiche francesi,