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64 vittorio alfieri


Tre coltellate ha date, il poveruccio:
Disgrazia! Chiesa, chiesa: a lui dia scampo
Un qualche santo Frate in suo cappuccio.
Io qui di sdegno smisurato avvampo,
Com’uom devoto a Temide si adira;
E al Tebro io volo rapido qual lampo.
Scorgo da impuro fonte ivi la dira
Empia emanar micidïal pietade,
Per cui l’offeso solo, e invan, sospira.
Gente di sangue e di corrucci invade
Le vie colà; cui dà ricovro il Tempio,
Mentre l’ucciso in su la soglia cade:
Tinto, fumante ancor del crudo scempio,
All’are innanzi il rio pugnal forbisce
L’uccisor salvo, agli uccisori esempio.
Di caldo sangue rosseggianti strisce
Svelano invan dell’assassino l’orme:
Sacro Portier seguirle ti inibisce.
D’impuniti misfatti orride torme
Tutto annerano il ciel di Roma pia,
Dove sol Prepotenza illesa dorme.
D’ogni Grande il palazzo è Sagrestia:
L’omicida securo ivi si asconde,
Finchè innocente giudicato ei sia.
Se il proteggono i Grandi, ei n’han ben donde:
Assassini essi pur, ma di veleno,
Dritto è che stuol di Pari li circonde.
Mostruosa così, qual più qual meno,
Ogni gente d’Italia usi raccozza
Fero-vigliacchi entro al divoto seno.
Se parli, o scrivi, o pensi, ella ti strozza:
Ma, quanti vuoi veri delitti eleggi,
Benignamente tutti ella li ingozza. —
Non si maritan, no, Servaggio e Leggi.