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46 vittorio alfieri


Gran peccato sarebbe (io gli ho risposto)
Se del bel-mondo una sì gran colonna
Mancasse: ed ecco, io ’l ferro ho già riposto.
Deh, vivi ad altra più cortese donna;
Poichè davver pur vivo esser ti credi,
Femminizzando in mal virile gonna.
Me fatto inerme e a te benigno vedi;
Che umil trionfo all’armi mie saresti:
Nè so come a intoppar m’abbi fra’ piedi.
Ben ti ravviso: precettor già avesti
Del rito amabil cui sì ben tu osservi,
Uom ch’a tue spese celebre rendesti.
Quegli i vostri usi stolidi e protervi
Pingea ne’ carmi acutamente amari,
Da ribellare alle lor dame i servi.
E se al Sonno ed all’Ozio eran men cari
Gl’Itali nostri, il di lui morso estinti
Avrebbe i Cavalieri Caudatari.
Ma noi viviam di tanta ignavia cinti,
Che denno uscir Braccieri i nostri eroi,
Nascendo eunuchi e di catene avvinti.
Quindi, più ch’ira assai, pietà di voi
Mi prende sì, che omai rivolger voglio
L’armi in quei che dan vita ai pari tuoi;
E scudo invan coll’insultante orgoglio
Ai vizi lor de’ vizi nostri fanno,
Saldi in tal base più che in alpe scoglio.
Io per timore il ver qui non appanno;
E spero in Dio mostrar ch’essi eran fonte
Primiera e sola d’ogni nostro affanno.
Ma, che dich’io? tai cose a te far conte,
Che in capo hai ricci assai più che cervello,
Sarebbe ai danni espressi accrescer l’onte.
Tu sei d’Italia un spezïale augello:
Non ch’oltre l’alpi il marital costume
S’abbia tra’ ricchi più securo ostello;
Ma il lungo inveterar nel tenerume,
Che in noi doppia il servaggio in cui si nasce,
Pur troppo è tutto Italico marciume.
Nostro è il morir d’anni sessanta in fasce;
E, omai sdentati, balbettar d’amore;
E averne, scevre dei piacer, le ambasce.
Ma, dal cospetto mio vattene fuore,
O tu ch’effetto sei più che cagione
Dell’odïerno Italïan fetore.