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176 vittorio alfieri


Venali fogli ebdomadarj imprenda
L’alto Cantor di quest’Eroe ferrigno:
Men turpe ciò, ch’uom Tosco, udir benigno
Gli urli dei Galli, e ch’a impararli intenda.
Di scabro bronzo soppannar l’udito,
La lingua armar di sozzo ottuso ferro,
Per poi macchiar l’almo sermone avito?
Tuoi Toschi a trarre di sì stolid’erro,1
Febo, aiutami, o tu; s’io pur gradito
Vate indefesso all’are tue mi atterro.


SONETTO XXXIII.

1 febbraio 1795.

L’Attica, il Lazio, indi l’Etruria, diero
In lor varie flessibili favelle
Prove a migliaia, ch’ogni cosa è in elle,
E il forte, e il dolce, e il maestoso, e il vero.
Tarde poi, sotto ammanto ispido fero,
Sorser l’altre Europee genti novelle,
Stridendo in rime a inerme orecchio felle,
E inceppate in pedestre sermon mero.
Ciò disser, carmi; e chi ’l credea, n’è degno.
Nè bastò; ch’essi, audacemente inetti,
Osaro anco schernir l’Italo ingegno.
Di tai loro barbarici bei detti
Vendicator, d’ira laudevol pregno,
Giungo, securo dall’avelli io letti.2

SONETTO XXXIV.

2 febbraio 1795.

Finchè turbo di guerra orrido stride,
(Guerra inegual, che i pravi ignudi molti
Muovono ai pochi pingui umani, e stolti)
Chi ha cuore, e pane, e senno, in ver non ride.




  1. I Greci, ancorchè conquistati dalle armi, e non dalle chiacchiere, nè dagl’inganni, dei Romani, non impararono già per tutto ciò la lingua latina; ma bensì i Romani la greca. Chi non si sente, merita calci, e riceveli a maraviglia; ma chi si risente, li restituisce al doppio.
  2. E, leggendoli, trovatili tali, da non mi far paura nessuna; che se i loro Epigrammatisti hanno pure per intero i trentadue denti, io me ne sento in bocca sessantaquattro tutti frementi, senza però emettere mordendo una voce canina come la loro.