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satire 101


SATIRA DECIMATERZA.

I DEBITI.

E’ non v’ha soma a sopportar più grave,
Che il dover dar, quando che dar non s’have


Ariosto, Orl., XX, 20.



Mercantuzzi politici, gli Stati
Della Europa, or sì dotta in aritmetica,
Tutti stan pur nei Debiti affogati.
Gonfia di giorno in giorno la ipotetica
Fraudulenta cartacea ricchezza,
Per cui l’idrope Europa al fin muor etica.
Niun più sua firma che il suo onore apprezza:
Mercanti e Regi e Senatorie Zucche
Firman dei Pagherò, ch’è una bellezza.
E intanto a noi pingui ed ottuse mucche
Tutto vien munto il sangue non che il latte,
E in iscambio ci dan le fanfalucche.
Trovato han vie più placide e più ratte
I Governi umanissimi presenti
Per isfogar le loro voglie matte.
Nuovi balzelli non v’ha più chi inventi:
La spogliante final sentenza stampa
Un Pagherò, per cui del mille hai venti.
L’iniquo esemplo della maggior Lampa
Sovra i privati tutti è poi diffuso,
Sì che di ladre firme ogni uom si campa.
Commercio, e Lusso, e Debiti in confuso;
Nonno, Babbo, Figliuoli, un fascio fanno,
Che tutto ha in sè l’uman fetore acchiuso:
Tal di falliti ampia catena danno,
Che ad uscita ciascun appon l’altrui,
E ad entrata il furar con forza o inganno.
Udiam quant’è il tuo debito ed a cui. —
Artigiani e Fornajo e Macellajo
Non han visto un mio soldo, or anni dui:
Non, ch’io pagar non voglia; ma ogni guajo
Nasce dal Prence, ch’or ben anni tre
Non m’ha dei frutti miei dato un danajo. —