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satire 95


L’altro, piangendo, a lagrimar v’invita
Sul più orribile oltraggio, che riceve
L’Umanitade misera tradita:
Dico, dei Mori il traffico; che in breve
Vuota d’uomini avrà l’Affrica tutta,
Mentre Europa lo zucchero si beve.
Ma nol berà più, no; tosto che instrutta
Noi l’avrem dei be’ Dritti ampi dell’Uomo:
E vincerà Filosofia la lutta. —
Quindi ascolto esclamante il terzo Tomo:
E i venduti fra noi Servi-soldati,
Da cui, più ch’altri, chi li nutre, è domo?
E quei miseri, in culla già arruolati,
Russi e Borussi schiavi, in sangue ascritti
Già di morte sul libro anzi che nati?
Forse di lesa Umanità delitti
Lievi son questi, e sopportar si denno? —
Ma, tra i campion d’Umanitade invitti
Splende oltre tutti il velenoso senno
Del Tito Quarto, che inveir là s’ode
Contro quante mai stragi i Preti fenno.
Ad una ad una annoverarle ei gode
Da Ifigenïa giù giù fino ai dì nostri,
Com’uom cui non pietà ma invidia rode:
Ch’essi pur son persecutori e mostri,
Che velo non san farsi d’alcun Dio,
Stolti e crudi più assai dei Pigia-chiostri. —
Ma il quinto udiamo; e l’ultimo; perch’io
Stufo omai son di porre ai tristi in bocca
Il ver, che a comun danno indi n’uscío.
Così s’entro vil fogna mai trabocca
Ramo d’argenteo fiume, in picciol corso
Fetido e sozzo dal trist’alvo ei sbocca.
Zitti, via, zitti: udiam costui che il morso
Magisterial vien dar nei pregiudizj,
Fraterno agl’impiccandi almo soccorso. —
Inorridir fan me gli empi giudizj,
Cui tirannica legge osa dar base
Che impon che il malfattore si giustizj.
Mercè tal erro, che esecrando invase
Tutti in addietro i facitor di leggi,
D’Umanità la palma a noi rimase.
Filantropía benefica, che reggi
Per man di noi filosofi la sorte
Del secol nostro, il crudo error correggi.