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Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/464

452 Firenze vecchia


e ivi rimase per qualche giorno. Picchiero invece andò a fare una cura più lunga al Mastio di Volterra, che fu il termine della sua brillante carriera.

Ritornando al Palazzo del Bargello, questo era luogo di trista fama non solo per i carcerati che vi si rinchiudevano, quanto per la lugubre cerimonia della gogna e della bollatura a fuoco.

Ogni condannato alla galera o all’ergastolo, prima di andare al suo destino, veniva esposto alla gogna sul muricciuolo esterno del palazzo, con le mani dietro legate ad una di quelle grosse campanelle che tuttora si vedono. Il condannato aveva sul petto un gran cartello dov’era scritto il delitto commesso; e doveva stare a capo scoperto. Per condiscendenza gli si permetteva di tenere il cappello ai piedi, perchè quelli che passavano e si fermavano, vi buttassero qualche soldo. La gogna durava dalle dieci alle undici della mattina, e in quest’ora suonava la vecchia campana squarciata della torre, che col suo tristo suono fesso e lugubre, metteva il malumore addosso. Stava a fargli la guardia un birro dentro una specie di ringhiera o cancello di legno, che racchiudeva lo spazio destinato alla gogna.

Quando alla pena della galera si aggiungeva anche la bollatura, questa veniva fatta dal boia sulla spalla sinistra del delinquente con un bollo a fuoco, scaldato in una specie di saldatoio come quello dei trombai. Il popolo mormorava quando si faceva questa obbrobriosa operazione; ma correva sempre a vederla. Uno fra quelli che per la sua condizione commosse più degli altri, ricevendo pubblicamente quel marchio d’onta perpetua, fu un sottoprefetto di provincia, il quale, essendosi intenerito alle lacrime e alla disperazione di una povera madre, le liberò furtivamente il figliuolo dalla leva militare. Per questo fatto egli venne condannato a cinque anni di galera e ad esser bollato.

La triste campana del Bargello suonava tutte le sere dalle dieci e mezzo alle undici, per avvisare i cittadini più tardivi, che era l’ora d’andare a letto. E quando si sentiva quella