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Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/454

442 Firenze vecchia


i prigionieri che furon fatti vennero portati a Firenze come trofeo di guerra e chiusi nelle carceri presso San Simone, le quali appunto, in onta a quei prigionieri, si dissero «le Stinche.»

Questo edifizio costituiva un quadrilatero irregolare, che occupava per ottantanove braccia Via del Diluvio - ora Via del Fosso; - per centododici braccia Via del Palagio - oggi Ghibellina - cinquantatrè braccia Via del Mercatino, e centosei quella de’ Lavatoi. L’altezza dei muraglioni senza finestre variava dalle ventidue braccia e mezzo alle trentatrè, a causa d’un’antica torre che non fu demolita.

Quasi all’estremità del lato che guardava il Canto agli Aranci, v’era una porta come di rimessa, e si chiamava la «porta dei forzati» o anche «delle carrette,» perchè quegl’infelici uscivano di lì per andare con la carretta, come è narrato in un capitolo precedente, a far la pulizia della città.

In tempi più remoti, in quel tetro fabbricato si tenevano le donne di malaffare ed i pazzi, nonostante che la primitiva destinazione di esso fosse per i rei di delitto di Stato, e vi scontassero talvolta lunghe prigionie i più ragguardevoli personaggi sotto l’imputazione di traditori o di ribelli. Poi vi si aggiunsero i debitori e i falliti, fra i quali vi fu rinchiuso lo storico Giovanni Villani per il fallimento della Compagnia de’ Bardi. Vi stettero per varie cause Giovanni Cavalcanti nel 1427 che vi scrisse un’opera concernente l’esilio di Cosimo I; Cennino Cennini, nel 1437, che ammazzò il tempo e la noia, scrivendo il suo pregevole libro del «Trattato della pittura» una delle più belle cose di quell’epoca. Ma uno degli avventori più zelanti delle Stinche, fu il poeta satirico Dino di Tura, una lingua che tagliava e fendeva ch’era un piacere. In seguito, Pietro Leopoldo, movendosi a compassione dei falliti per i quali riteneva troppo dure e rigorose le.Stinche, fece fabbricare nel 1780 «alcune abitazioni» per essi nel palazzo del Bargello dalla parte di Sant’Apollinare, e furon chiamate le «.Stinche nuove,» desti-