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Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/414

402 Firenze Vecchia

Il divertimento durava dalle dieci della mattina fino alle ventiquattro; ossia al'Ave Maria della sera, ora in cui dai facchini veniva riposta nel cortile, o sotto la grande vòlta, tutta quella mercanzia.

Le botti dello zucchero, dello spirito, del caffè e le altre merci, si depositavano nei sotterranei del palazzo; in parte anche nei locali che poi servirono all’Esattoria, ed il resto in quelli che oggi son destinati a Caserma delle Guardie.

Ma l’aspetto più caratteristico, la Piazza del Granduca l’offriva in tutta quest’altra parte compresa fra le Logge dell’Orcagna, la Meridiana e la Vecchia Posta.

Entrando da Via de’ Calzaioli, si rimaneva ad un tratto storditi dal baccano e dal frastuono, come se si fosse a una fiera di campagna.

La gente non poteva quasi passare, tanta era la quantità dei ciarlatani, dei saltimbanchi, cantastorie, giuocatori di prestìgio, casotti di burattini, e carri con le scimmie o cani ammaestrati; venditori di semenza, di lupini, di sapone per cavar le macchie e di lumini da notte. C’eran quelli co’ panieri de’ dolci a forma di nicchia, fatti di tritello e miele, che s’empivano d’una specie d’acqua sudicia, battezzata pomposamente per rosolio, la maggior ghiottoneria dei ragazzi che andavano a nozze quando sentivan gridare: «Un quattrin mangiare e bere senza mettersi a sedere.»

Ad ognuno di quei banchi, o casotti, o carri, c’era sempre una folla di garzoni di bottega; e spesso si vedeva apparire qualche maestro, che con uno scappellotto ed una pedata simultanea, a colpo fisso quanto sicuro, prendeva per un orecchio lo smemorato ragazzo e lo riportava a bottega.

Sotto il tetto della Posta dov’è ora il Palazzo Lavison, che si chiamava «il tetto dei pisani» - perchè fatto costruire dalla Repubblica ai prigionieri della guerra di Pisa nel 1364 c’erano alcuni banchetti di venditori di cinti erniari, detti brachierai, i quali, specialmente nei giorni di mercato, facevano affari d’oro imbrogliando co’ baratti, que’ contadini che si lasciavano imbecherare ch’era un piacere. Erano notevoli