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Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/404

392 Firenze vecchia

E Ferdinando III «con suo benigno rescritto» del 6 maggio dello stesso anno, approvò «che la predetta Eccellenza Sua, e sua famiglia» fossero gratuitamente ascritti alla Nobiltà Patrizia fiorentina.

Parve che il nuovo palazzo di Via del Palagio, come allora si chiamava quel tratto della Via Ghibellina, desse la spinta ad eseguire nuovi lavori di abbellimenti della città; poiché nel dì 2 aprile 1823 si cominciò dal Comune a parlare sul serio della demolizione «degli stabili sovrapposti all’arco di Santa Trinità» profittando della minacciata rovina di essi. E ciò, non tanto per appagare così «l’oggetto dei voti pubblici » quanto per migliorare quel tratto di Lungarno togliendo una porzione di fabbriche che lo deturpavano «nel più bel punto di vista,» e restituire {sic) un abbellimento in aggiunta degli invidiabili pregi della città. Considerò altresì il Magistrato, che l’opporsi al voto universale dei cittadini e dei forestieri «che non cessano di ammirare la bellezza del tutto insieme» avrebbe dimostrato nel IMagistrato stesso «una privazione totale di buon gusto e di amore per gli abbellimenti ed ornati della città.» Perciò, ritenendo che «conveniva preliminarmente assicurarsi del preciso valore dei fondi, riconobbe che per tale oggetto non vi era che il signor conte Luigi De Cambray Digny il quale potesse sostenere con impegno e zelo l’interesse della Comunità e del Governo,» tanto più che egli era stato dal Magistrato supremo nominato Periziare nella vertenza tra la Comunità e i proprietari per causa della rovina che minacciavano le dette fabbriche. Lo elessero quindi perito nell’interesse della Comunità «combinandosi l’intera fiducia del Magistrato nell'abilità e talenti di sì degno soggetto, e l’adesione del medesimo all’incarico da affidarsegli.» Il Comune però, vedendo di non potersi ingolfare in un’opera che sarebbe costata una somma rilevante, si rivolse, secondo il solito, «alla mu-