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Pagina:Giuseppe Conti Firenze vecchia, Firenze 1899.djvu/27


Firenze vecchia 15


Meridiana, per presentargli un dispaccio del Direttorio che gli intimava la guerra, senza perder tempo in discorsi, e di lasciar Firenze dentro ventiquattr’ore, e meglio anche prima, egli e tutta la sua rispettabilissima famiglia. Quindi lo rin- graziò di tutte le gentilezze usate alla Francia, che non avrebbe mai dimenticata la sua devozione; ma ora poteva andarsene, perchè non c’era più bisogno di lui!... Chi non ha testa, abbia gambe!

Ferdinando III, pallido ed affranto per il sopruso che riceveva dopo essersi sfegatato tanto a far l’amico della Francia, appena letto il dispaccio del Direttorio, voltò le spalle senza rispondere, e rientrò nelle sue stanze.

Prima dell’alba del giorno 27 marzo, l’infelice sovrano, con le lacrime agli occhi abbandonò la reggia. L’ora di questa melanconica partenza era stata tenuta segreta per evitare probabili dimostrazioni in favore del discacciato principe. Ma lo scalpitìo del drappello degli ussari che doveva scortarlo fino a Bologna, ed il rumore delle pesanti carrozze da viaggio a sei cavalli, ove era la Corte e pochi fidati amici, seguite dai carriaggi dei bauli, fiancheggiati pure dalla cavalleria, svegliarono molti cittadini, i quali tutti timorosi, e presaghi di ciò che avveniva, uscirono freddolosi dal letto, restando dietro i vetri delle finestre a veder partire l’infelice Granduca, in assetto più di prigioniero che di sovrano.

Nel giorno stesso, fu piantato sulla piazza di Santa Croce e di Santa IMaria Novella l’albero della libertà, attorno al quale la sera furon fatte delle luminarie, ed i soldati mezzi ubriachi cantavano e strepitavano, senza infondere entusiasmo nella popolazione, che non s’era ancora convinta di tutto il benessere e di tutta la grande felicità che i francesi le promettevano.

Non è facile che a Firenze ci si commuova così alla svelta. Ed i nuovi arrivati, con tutte le loro chiacchiere, furon sempre ritenuti dalla gente di buon senso come invasori e mai come amici. Si desiderava, è vero, da tutti la libertà e l’indipendenza dal giogo austriaco; ma non per questo s’inten-