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dell'impero romano cap. lxxi. 333

sere vano, avvilito mostrossi1. Un’antica descrizione della città, composta ne’ primi anni del secolo XIII, dà a divedere l’ignoranza e la credulità de’ Romani. Senza obbligarmi ad additare gli abbagli infiniti di luogo o di nomi che si veggono sparsi in quest’Opera, mi limiterò ad un passo che basterà a far sorgere sulle labbra de’ leggitori un sorriso d’indignazione e di disprezzo. „Il Capitolio2, dice l’Autore anonimo, vien così nominato perchè è il capo del Mondo. Di lì i Consoli e i Senatori governavano altra volta la città e tutte le contrade dello Universo. Le sue mura altissime e grossissime erano coperte di cristallo e d’oro, e sormontate da un tetto lavorato a cesello, opera oltre ogni dire ricca e preziosa. Al di sotto della rocca, sorgea un palagio, d’oro nella maggior parte, ornato di pietre preziose, e che valeva da per sè solo il terzo di tutto il Mondo. Vi si vedevano collocate per ordine le statue di tutte le province, ciascuna delle quali aveva una campanella al collo; e per opera di un

  1. Egli eccettua, lodandone le rare cognizioni, Giovanni Colonna. Qui enim hodie magis ignari rerum romanarum, quam romani cives! Invitus dico, nusquam minus Roma cognoscitur quam Romae.
  2. L’Autore, dopo avere in questa maniera descritto il Campidoglio, aggiunge: Statuae erant quot sunt mundi provinciae, et habebat quaelibet tintinnabulum ad collum. Et erant ita per magicam artem dispositae, ut quando aliqua regio romana imperio rebellis erat, statim imago illius provinciae vertebat se contra illam; unde tintinnabulum resonabat quod pendebat ad collum; tuncque vates Capitolii qui erant custodes senatui, etc. Cita l’esempio de’ Sassoni e degli Svevi, i quali dopo essere stati soggiogati da Agrippa, nuovamente si ribellarono; ma tintinnabulum sonuit; sa-