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dell'impero romano cap. lxxi. 317

templi vennero adatti all’uso della religion dominante; ma generalmente veniva preferita per le chiese cristiane la forma di croce; e l’usanza, o un ragionevole calcolo, aveano determinato un particolare modello per le celle e gli edifizj de’ chiostri, il cui numero si moltiplicò a dismisura sotto il reggimento ecclesiastico. La città conteneva quaranta monasteri d’uomini, venti di donne, sessanta Capitoli e collegi di canonici e di preti1, che aumentavano, anzichè ristorarla, la spopolazione del decimo secolo. Ma se le forme dell’antica architettura vennero disdegnate da una popolazione che non sapea nè prevalersene, nè sentirne i pregi, non può dirsi così degli abbondanti materiali, che questa architettura somministrava, e che i Romani volsero a profitto de’ lor bisogni o della loro superstizione; le più belle colonne d’Ordine ionico e d’Ordine corintio, i più preziosi marmi di Numidia e di Paro, vennero condannati a essere puntelli or d’un convento, or di una stalla. Le devastazioni che tuttodì non perdonano i Turchi alle città della Grecia e dell’Asia, ne porgono un esempio di quanto faceano a que’ giorni i Romani. In questa progressiva distruzione de’ monumenti di Roma, il solo devastatore meritevole di scusa è Sisto V, che al grandioso edifizio di S. Pietro adoperò le pietre del Settizzonio2. Un frammento, una rovina, comunque tronchi, comunque profanati, possono ancora destare un sentimento soave

  1. V. gli Annali d’Italia. Lo stesso Muratori avea trovato questo e il precedente fatto nella Storia dell’Ordine di S. Benedetto pubblicata dal Mabillon.
  2. Vita di Sisto V, di Gregorio Leti, t. III, p. 50.