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dell'impero romano cap. lx 87

pelli, imperioso l’aspetto; non gli si vedea nè clava, nè arco, o turcasso, sol la pelle di lione gli ammantava negligentemente le spalle; egli era assiso; stavasi seduto colla gamba e col braccio destri, stesi quanto eran lunghi; il ginocchio sinistro piegato ne sosteneva il gomito, e la testa appoggiata alla mano sinistra: i suoi sguardi pensierosi annunziavano indignazione. XI. Vi si vedeva un’altra statua colossale di Giunone, antico monumento del Tempio samio di questa Dea; solo a trasportarne l’enorme testa sino al palagio, vi vollero quattro paia di buoi. XII. Eravi un terzo colosso di Pallade, o Minerva, alto trenta piedi, che con ammirabile energia, l’indole e gli attributi di questa vergine marziale esprimea. Ragion di giustizia vuole che qui non si tacia, essere stati i Greci medesimi, i quali dopo il primo assedio, mossi da timore e da superstizione, questo monumento distrussero1. I Crociati nella lor cupidigia, incapaci d’ogni gentil sentimento, infransero o fusero le altre statue che ho qui descritte, e il prezzo e il merito lor di lavoro in un momento disparvero. L’ingegno postovi dagli artisti svaporò in fumo, e la materia metallica, convertita in moneta, servì a pagare i soldati. I monumenti di bronzo non sono mai i più durevoli. Di fatto i Latini ben distolsero con stupido disprezzo i loro sguardi, dai marmi animati da Fidia e da Prassitele2; ma

  1. V. Niceta, ove parla d’Isacco l’Angelo e di Alessio (cap. 3, p. 339). L’Editore latino osserva con molta ragionevolezza che lo Storico greco coll’enfasi del suo stile suol fare ex pulice elephantem.
  2. Niceta in due passi (edizione di Parigi, p. 360, Fabrizio p. 408) rampogna aspramente i Latini οιτου καλου ανε-