Pagina:Gibbon - Storia della decadenza e rovina dell'Impero romano XII.djvu/85


dell'impero romano cap. lx 81

Greci deplorando l’irreparabile scempio della loro patria, vedeano rincalzati i loro affanni dallo scherno e dal sacrilegio de’ vincitori. Ma di qual profitto furono a questi i tre incendj che una sì gran parte de’ tesori e degli edifizj di Bisanzo distrussero? Qual vantaggio ebbero dalle cose che infransero, o fecero tronche perchè non le potevano trasportare? Che fruttò ad essi l’oro nel giuoco e nelle crapule prodigalizzato? Quante preziose suppellettili i soldati vendettero a vile prezzo per non conoscerne il valore, o perchè impazienti di spacciarsene; talchè sovente il più abbietto mariuolo greco tolse ad essi il prezzo della vittoria! Fra i Greci di fatto sol quella classe di gente che non potea perdere nulla, vantaggiò alcun poco nella pubblica calamità. Tutti gli altri a deplorabilissimo stato furon ridotti. Le sventure di Niceta ce ne porgono un saggio. Incenerito, per effetto del secondo incendio, il magnifico palagio ove dianzi dimorava, questo misero Senatore, seguìto dalla famiglia e dagli amici, si riparò ad una picciola casa che in vicinanza alla chiesa di S. Sofia tuttora rimanevagli. Fu alla porta di questa casa, ove il mercatante veneziano, vestito da soldato, diede a Niceta il modo di salvare con una precipitosa fuga la castità della figlia, e i miseri avanzi de’ posseduti tesori. Questi sciagurati fuggitivi già avvezzi a nuotare nella abbondanza, partirono a piedi nel cuore del verno. La moglie di Niceta era incinta; pur furono costretti, essendone disertati gli schiavi, ella e il marito a portar sugli omeri le proprie bagaglie. Le donne di questa famiglia poste in mezzo alla comitiva, venivano esortate a nascondere la propria avvenenza, col bruttar di fango il volto, che dianzi erano use ad