Pagina:Gibbon - Storia della decadenza e rovina dell'Impero romano XI.djvu/327


dell'impero romano cap. lviii 321

nativi e le promesse del Principe greco, a mano, a mano i violenti animi degli Occidentali ammollirono, e, guerriero cristiano egli pure, Alessio studiossi rianimare l’ardore per la santa impresa, promettendo le sue milizie e i suoi tesori per secondarla. Giunta la primavera, condiscese Goffredo ad occupare un adatto e ben provveduto campo nell’Asia, e varcato ch’egli ebbe il Bosforo, i legni greci alla riva opposta tornarono; greca politica che fu successivamente adoperata cogli altri Capi venuti da poi, i quali assicurati dall’esempio de’ loro predecessori, e stremati dalle fatiche del viaggio, usarono egual compiacenza ad Alessio, che con accorgimento e solerzia, evitò sempre l’unione di due eserciti sotto le mura di Costantinopoli; onde dopo la festa della Pentecoste, un sol Crociato sulla riva d’Europa non rimaneva.

Certamente questi eserciti cotanto formidabili, avrebbero potuto liberar l’Asia, e rispingere i Turchi dalle vicinanze del Bosforo e dell’Ellesponto; recentissima viveva ancora la rimembranza delle fertili province che da Nicea ad Antiochia, erano state tolte al Principe greco, il quale in sè trasfusi sentiva gli antichi diritti, che il romano Impero sulla Siria e sull’Egitto avea conquistati. Compreso da questo entusiasmo Alessio si abbandonò, o finse abbandonarsi all’ambiziosa speranza di vedere rovesciati i troni dell’Asia, dai suoi novelli confederati; ma dopo alcune meditazioni, la ragione in parte, in parte la sua indole al sospettare propensa, il distolsero dal confidare la sicurezza della sua persona nelle mani di Barbari sconosciuti, o che freno di disciplina non rispettavano. Si limitò quindi ad esi-