Pagina:Gibbon - Storia della decadenza e rovina dell'Impero romano X.djvu/375


dell'impero romano cap. lii. 369

e di Roma godevano la libertà civile e religiosa, e ne sosteneano coraggiosamente i diritti. Colle loro scritture di morale e di politica avrebbero a poco a poco rallentati i ferri del dispotismo orientale, e sparso uno spirito generale di discussione e di tolleranza: nel leggerli, avrebbero i saggi Arabi pensato che il Califfo poteva essere un tiranno, e il loro Profeta un impostore1. All’istinto della superstizione fecero anche timore le scienze astratte, e i più austeri dottori della legge dannarono l’imprudente e perniciosa curiosità di Almamon2. Deesi attribuire alla sete del martirio, alle visioni sul paradiso e al domma delle predestinazioni l’indomabile entusiasmo del principe e del popolo. La spada dei Saracini cessò d’essere tanto formidabile quando la gioventù passò dai campi ai collegi, quando gli eserciti de’ fedeli osarono leggere e riflettere. Pure la puerile vanità dei Greci s’inalberò al vedere quegli studii, e solo con gran ripugnanza s’indussero a comunicare il santo fuoco ai Barbari dell’oriente3.

  1. È stato accusato Averroe, un de’ filosofi Arabi, d’avere sprezzate le religioni dei Giudei, dei Cristiani e dei Musulmani (V. il suo articolo nel Dizionario di Bayle): certamente ognuna di queste religioni direbbe che fu ragionevole il suo disprezzo, eccetto che nella parte che la concerne.
  2. D’Herbelot, Bibl. orient., p. 546.
  3. Θεοφιλος ατοπον κρινας ει την των οντων γνωσιν, δι ην το Ρωμαιων γενος θαυμαζεται εκδοτον ποιησει τοις εθνεσι, etc. Stimando Teofilo cosa inopportuna se comunicasse ai Gentili la cognizione degli Enti per cui sono ammirati i Romani, ec. Cedreno (p. 548) espone i vili motivi d’un imperatore, che nobilmente negò un matematico alle istanze ed