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dell'impero romano cap. xliii. 89

raggio dei Goti1, i quali rispettavano il suo genio, la sua virtù, e perfino il lodevol motivo che aveva tratto il servo di Giustiniano ad ingannarli ed a rigettar i lor voti. Perduto essi avevano il lor Re, (perdita di poco momento) la loro Capitale, i loro tesori, le province, dalla Sicilia alle Alpi, e la forza militare di dugentomila Barbari, magnificamente forniti di armi e cavalli. Nondimeno ogni cosa non era perduta, fin tanto che Pavia si manteneva difesa da un migliajo di Goti inspirati dal sentimento dell’onore, dall’amore della libertà, e dalla memoria della lor passata grandezza. Il comando supremo fu per unanime voto offerto al valoroso Uraja; e i disastri del suo zio Vitige non apparvero un motivo di esclusione fuor solo che agli occhi suoi. Il suffragio di Uraja fece pendere l’elezione in favore di Ildibaldo, il cui merito personale veniva esaltato dalla vana speranza che Teude, suo congiunto, Monarca della Spagna, s’indurrebbe a sostenere il comune interesse della nazione dei Goti. Il buon successo delle sue armi nella Liguria e nella Venezia parea giustificarne la scelta; ma egli tosto mostrò al Mondo ch’era incapace di perdonare, o di comandare al suo benefattore. La moglie d’Ildibaldo fu profondamente punta dalla bellezza, dai tesori e dall’orgoglio della moglie di Uraja; e la morte di questo virtuoso

  1. Nel secondo (c. 50) e nel terzo libro (c. 1-40) Procopio continua l’istoria della guerra gotica dal quinto sino al decimoquinto anno di Giustiniano. Siccome gli eventi sono meno importanti che nel primo periodo, il suo racconto occupa metà dello spazio per un tempo del doppio maggiore. Giornande e la Cronica di Marcellino ci somministrano qualche altro lume. Il Sigonio, il Pagi, il Muratori, il Mascou ed il Buat porgono soccorsi di cui ho profittato.