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dell'impero romano cap. xlii. 53

porsi ad una determinazione così salutare all’Impero, e che appena si sarebbe potuto impedire con un esercito di centomila soldati. L’invidia suggerì all’ignoranza ed all’orgoglio che si era lasciato fuggire il pubblico nemico: ma i trionfi, affricano e gotico, furono men gloriosi di questa vittoria, ottenuta senza sangue e fatica, nella quale nè la fortuna, nè il valor dei soldati poterono sottrarre parte veruna alla fama del comandante supremo. [A. D. 543] Dalla guerra di Persia, Belisario fu mandato una seconda volta a quella d’Italia, ed allora si fece palese la grandezza dell’individuale suo merito, che aveva riparato o supplito alla mancanza della disciplina e del coraggio. Quindici Generali, senz’accordo e senza perizia, condussero in mezzo ai monti dell’Armenia un esercito di trentamila Romani, che nessun’attenzione porgevano ai segnali, all’ordinanza e alle insegne. Quattromila Persiani, trincerati nel campo di Dubi, vinsero quasi senza combattere questa moltitudine disordinata. Le inutili arme loro giacquero sparse lungo la strada, e perirono i loro cavalli, oppressi dalla fatica del frettoloso fuggire. Ma gli Arabi, che combattevano pei Romani, superarono i loro compatriotti della contraria parte; gli Armeni tornarono all’obbedienza dell’Imperatore, le città di Dara e di Edessa sostennero un assalto improvviso ed un regolare assedio, e le calamità della guerra furono sospese dal furor della peste. Una tacita o formale convenzione tra i due Sovrani, protesse la tranquillità della frontiera orientale; e le armi di Cosroe si ristrinsero alla guerra Colchica o Lazica, che dagli storici del tempo troppo minutamente vien rapportata1.

  1. La guerra Lazica, la contesa di Roma e della Persia