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dell'impero romano cap. xxxii 307

gottirono la modestia dei nudi catecumeni, e violarono con la loro presenza i tremendi misteri del Culto Cristiano. Arsacio occupò la Chiesa di S. Sofia, e la sede Archiepiscopale. I Cattolici si ritirarono a’ Bagni di Costantino, e di poi alla campagna; dove furono sempre inseguiti ed insultati dalle guardie, dai Vescovi, e dai Magistrati. Il fatal giorno del secondo ed ultimo esilio del Grisostomo fu contrassegnato dall’incendio della Cattedrale, del Senato, e delle vicine fabbriche; e tal calamità fu attribuita senza prove, ma non senza probabilità, alla disperazione d’un perseguitato partito1.

[A. 404] Cicerone potè pretendere qualche merito, se il volontario suo esilio conservò la pace della Repubblica2; ma la sommission del Grisostomo, era l’indispensabil dovere di un Cristiano e di un suddito. Invece d’esaudire l’umile sua preghiera di poter restare a Cizico o a Nicomedia, l’inflessibile Imperatrice gli assegnò la remota e desolata città di Cucuso, fra le cime del Monte Tauro, nell’Armenia minore. Si aveva una segreta speranza, che l’Arcivescovo potesse perire in una difficile e pericolosa marcia di settanta giorni nel caldo della state per le Province dell’Asia minore, dov’era continuamente minacciato dagli ostili attacchi degl’Isauri, e dal più implacabil furore dei Monaci. Pure il Grisostomo arrivò salvo al luogo del suo confino, ed i tre anni, che visse a Cucuso e nella

  1. Poteva naturalmente aspettarsi tale accusa da Zosimo (l. V. p. 327), ma è molto notabile, che questa fosse anche confermata da Socrate (l. VI. c. 18) e dalla Cronica Pasquale p. 307.
  2. Egli espone quegli speciosi motivi (post reditum c. 13, 14) col linguaggio d’oratore e di politico.