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dell'impero romano cap. xxvi. 269

mate dal forte sospetto, che quei tumulti non fossero l’effetto d’un accidentale trasporto, ma il risultato di un profondo e premeditato disegno. Si credeva generalmente, che i Goti avessero sottoscritto il trattato di pace con un’ostile ed insidiosa intenzione; e che i loro Capi si fossero precedentemente legati fra loro con un solenne e segreto giuramento di non mantener mai la fede ai Romani, di mostrar la più bella apparenza di fedeltà e d’amicizia, e di spiare il momento favorevole alla rapina, alla conquista ed alla vendetta. Ma siccome gli animi dei Barbari non erano affatto insensibili alla forza della gratitudine, molti condottieri Gotici sinceramente attaccaronsi al servizio dell’Impero, o almeno dell’Imperatore; il corpo della nazione fu appoco appoco diviso in due contrari partiti, e gran sottigliezza impiegossi nella conversazione e nella disputa in paragonare fra loro le obbligazioni del primo e del secondo dei loro vincoli. I Goti, che si riguardavano come amici della pace, della giustizia e di Roma, eran diretti dall’autorità di Fravitta, valoroso ed onorato giovane, spettabile sopra gli altri suoi nazionali per la gentilezza dei costumi, pei generosi sentimenti, e per le dolci virtù della vita sociale. Ma la fazione più numerosa aderiva al fiero ed infedele Priulfo, che infiammava le passioni, e sosteneva l’indipendenza dei suoi guerrieri seguaci. In una delle feste solenni, essendo i Capi di ambe le parti stati invitati alla mensa Imperiale, furono riscaldati appoco appoco dal vino a tal segno, che dimenticarono i consueti riguardi di discrezione e di rispetto, e scuoprirono alla presenza di Teodosio il fatal segreto delle domestiche loro dispute. L’Imperatore, ch’era stato contro sua voglia testimone di